Agli inizi del Trecento si diffuse (e fu un fenomeno specificatamente italiano) la tecnica dell’intarsio mediante utilizzo di tessere lignee disposte a effetto geometrico. Sebbene questa tipologia ornamentale sia nota come “tarsia alla certosina”, deve con ogni probabilità la sua origine ad artigiani moreschi attivi in Spagna, poi costretti a emigrare in Italia e più probabilmente in terra lombarda. Dalle terre padane questa tecnica trasmigrò in Toscana, consacrando Siena quale terra d’elezione. Dapprima trovò impiego nell’arredo ecclesiastico, per poi diffondersi anche alla committenza profana, presso la quale fu di gran moda fino alla fine del XV secolo.
Le tessere erano di preferenza in noce, larice, cipresso, bosso, acero, pioppo, quercia, ciliegio, faggio, ma sovente si impiegò anche gelso, frassino, salice, tamerice, susino, pino e acacia.
L’arte dell’intarsio in questa fase storica è coloristicamente ravvivata dai soli effetti chiaroscurali che si ottengono dalla disposizione alternata di legni chiari e scuri, con ombreggiature poi rifinite a tecnica pirografica (annerendo il legno con un ferro o sabbia arroventata). Di quest’arte ci restano rari e insigni esempi, in particolare legati ai grandi cori presbiteriali. In periodo tardo Gotico, la tarsia si orientò verso mode veneto-damascene, di evidente ascendenza orientale, favorendo l’incrostazione di elementi eburnei o in osso, come nei celebri esempi di preziosi cofanetti e altaroli dovuti alla bottega di Baldassarre degli Embriachi a Venezia, la cui matrice figurativa tuttavia è da ricercarsi a Firenze, dove nella seconda metà del trecento operava il cosiddetto “maestro della bottega a figure inchiodate”, con una produzione che su sfondi intassellati a bicromie bianche e nere (in alternanza di osso o avorio e corno) applicava figurine di repertorio boccaccesco, ornate da minio, indaco, ocra e lumeggiature auree.