(Dal 1760/70 al 1790c.)
Il maturare delle tendenze già introdotte durante lo Stile Luigi XVI, gradualmente portò all’insorgere di una produzione più improntata a un’aderente riproposizione di arredi in marcata adesione al repertorio archeologico. Alla base di questo fenomeno sono i testi a stampa che trovarono larga diffusione a partire dagli scavi di Pompei e Ercolano. Per quanto concerne la pubblicistica ispirata al mondo greco, le descrizioni dei monumenti edite da R. Dalton (1749, 1751-52) a cui seguirono quelle di Le Roy (1758), Stuart e Revett (1762) e di Choisel-Gouffier (1782) influenzarono profondamente il gusto del tempo, mentre il mondo romano trova felice epigono nel veneziano G.B. Piranesi, che da Roma rivendica il primato architettonico dell’Urbe nella sua Magnificenza ed Architettura de’ Romani del 1765. Il Piranesi, incisore e architetto, conobbe immenso prestigio in Europa e il suo studio in via Lata fu meta d’obbligo per artisti ed eruditi del tempo: per l’ultima volta nella sua storia, Roma tornò ad essere capitale delle arti. L’anno precedente J.J. Winckelmann pubblica la sua Storia dell’arte presso gli antichi, un testo consacrato a “bibbia” dell’estetica neoclassica. Infine, la pubblicazione tra il 1762 e il 1779 in sei volumi illustrati delle Le pitture antiche di Ercolano concorsero alla definitiva codificazione del gusto neoclassico in senso archeologico. A Londra, nel 1777 il disegnatore e incisore Michelangelo Pergolesi, iniziò a pubblicare i suoi lavori editi nel Original Designs, un prontuario di modelli ornamentali ispirati al repertorio classico destinato a conoscere larga diffusione, anche presso decoratori e pittori di mobili.
Con il diffondersi del verbo archeologico, anche gli arredi tendono ad assumere una rinnovata veste ornamentale, una novità che ben si riconosce nell’affollarsi su superfici (che certamente permangono lineari, tonde o ovali) di elementi plastico-scultorei in omaggio all’architettura classica. Protomi, divinità, bucefali, clipei, strali, rosette, fregi militari, motivi a candelabra, foglie d’acanto e l’intero pantheon decorativo greco-romano prende a ornare parti strutturali come pilastrate, cinture e crociere. Il rinnovato interesse per l’ornato a intaglio introduce nuove tipologie di sostegni, con gambe “a unicorno” o “a faretra scanalata”, veri e propri emblemi-firma della mobilia neoclassica tanto da essere definiti “a consolle”. Il tavolo da parete diviene l’arredo di gran lunga più alla moda e verso la fine del secolo mostra gambe raccordate da traversa a mezzo di dadi montanti.
Gran numero di sedie, poltrone e divani allietano gli incontri mondani della società bene permeata dal razionalismo degli “enciclopedisti”. Fin dal 1765 sono note poltrone a schienale ovale, mentre le sedie da parata, destinate ad affollare le pareti, presentano il caratteristico schienale diritto; sedili meno voluminosi trovano disposizione al centro della stanza, vengono detti courrants perché all’occorrenza facilmente spostabili. Divani e poltrone di norma montano gambe ribassate e solo con l’ausilio di comodi cuscini ricolmi di piume si riguadagna l’altezza di sedie e poltrone.
Particolare favore consegue la scrivania “a giorno”, che assurge quasi a status symbol del periodo e se è opera di un maestro attivo in centri rinomati, sarà certamente provvista, di vani segreti o piani di fuoriuscita per consentire l’estensione del piano scritturale o l’appoggio di oggetti e candelabri.
La commode in epoca neoclassica, spodesta in importanza perfino il trumeau che dello stile precedente fu l’arredo principe. Finanche la credenza (opportunamente trasformata) acquista le sembianze del comò.
I colori degli arredi sono di preferenza il bianco, il giallo paglierino e l’oro, sebbene anche il rosso pompeiano, l’azzurro indaco e il verde pallido non manchino di sortire la preferenza della committenza. La mobilia laccata conosce capillare diffusione per mai più ritrovare in fasi successive momenti di auge così perentoria. Si accorda gran favore all’uso del piano marmoreo, con larga preferenza al bianco di Carrara, al giallo di Siena e al verde del Belgio.
In Italia, pittoricismo cromatico e apparato ornamentale in questo periodo si uniformano anche in arredi di differente estrazione regionale. E’ questo un fenomeno del tutto nuovo, che polverizza le tipizzazioni locali ora percepibili solo in ragione della forma dello scafo, dei materiali lignei posti in opera o in virtù della tecnica di finitura a tempera.
Emergono tuttavia soluzioni che talvolta divengono personalissime se realizzate da maestri di prima grandezza come Giovanni Maria Bonzanigo, mobiliere della corte sabauda a Torino. Piemonte, Milano e Napoli si distinguono per l’esecuzione di mobilia ad alto tenore qualitativo: qui ebanisteria, pittura e intaglio convivono in pacate e equilibrate armonie. A Venezia, il fenomeno neoclassico giungerà tardivamente (intorno al 1785) e mai riuscirà a svecchiarsi di taluni retaggi rococò, come intagli e linee curve ad arricchire spalliere di divani, cimase o braccioli, pur recependo negli arredi laccati il repertorio coloristico di timbro squisitamente archeologico; ne consegue una produzione apparentemente ibrida, ma non senza una personalissima eleganza.
E’ nella mobilia laccata napoletana che i rossi e gli azzurri pompeiani trionfano incontrastati. A Roma analoga produzione esita risultati di rilievo, come si evince dall’osservazione degli arredi dipinti e laccati eseguiti intorno al 1782 per Villa Borghese, dove calligrafiche figurette di grifi, testine, trionfi floreali, profuse in monocromie che sconfinano con la tecnica a grisaglia, campeggiano su fondi in rosso pompeiano, resi traslucidi da lacche di cinabro. Roma in particolare è permeata dal gusto del Piranesi, che non disdegna interventi anche in arredi, come nel caso della nota console oggi all’Institute of Arts di Minneapolis. Il timbro fastoso capitolino giunge in epoca neoclassica ancora improntato al prezioso utilizzo di materiali quali la malachite, i cammei, ne si dirada la moda di incrostare gli arredi con pietre dure e metalli, con risultati cromatici di irresistibile eleganza, come nel caso della scrivania commissionata da Pio VI, opera di Rosario Palermo (Roma, collezione Braschi).
Peculiare di Roma è una singolare tipologia di mobilia che presenta piani eseguiti con tessere a micromosaico (lapidee o vitree), riconducibili all’attività del Laboratorio Pontificio o alla produzione di singoli ateliers. Trovano usuale rappresentazione scenografiche immagini di vedute romane di vivido colorismo prospettico, “capricci” archeologici o si replicò il noto mosaico delle colombe. Con l’utilizzo di tessere vitree si poteva ottenere una gamma cromatica capace di sfoggiare fino a 15.300 toni. Mosaicisti d’eccellenza attesero a queste opere: il Cristofani, il Moretti o Pompeo Savini, autore del piano asservito al tavolo commissionato da Stanislao Poniatowski, re di Polonia (Varsavia, Museo Nazionale).