Domenica, 05 Febbraio 2012
Stile Luigi XV
Storia del mobile picto in Italia

(Dagli Anni Venti agli Anni Sessanta del Settecento)

I termini di riferimento cronologici di questa fase stilistica coincidono solo approssimativamente con gli anni del regno del sovrano francese (dal 1722 al 1774). Si è infatti visto come già in periodo di reggenza dell’Orleans affiorino precognizioni e ampi sviluppi in senso rococò, e peraltro fin dal quinto decennio il mutare del gusto in senso neoclassico diviene moda conclamata già intorno al 1760.

Ebbene, in Francia, fin dai primi decenni del Settecento si verificarono grandi cambiamenti che influirono non solo nel campo delle arti figurative e decorative. L’etichetta di rigida solennità che fin allora aveva permeato la vita pubblica segna il passo verso una più vitale e in parte spensierata concezione della vita, favorendo l’introduzione di un gusto più leggero e fantasioso. In questi anni letteralmente esplode la mania per il collezionismo degli oggetti d’arte e per le curiosità, ingenerando la ricerca per tutto ciò che è prezioso, estroso, personale, futile o esotico: le astrazioni ornamentali dell’arte dell’estremo oriente si intrecciarono indissolubilmente con il nuovo verbo rocaille.
 Meccanismi  che - se  azionati  in  una  classe  sociale  già  erudita  e incline al bello - determinarono un irrefrenabile desiderio di raffinatezza. Luigi XV e la sua favorita Madame de Pompadour diedero per primi l’esempio. Il re mai troppo amò dedicarsi a fondo alla res pubblica ed è anzi noto il suo interesse per l’esecuzione di oggetti di lusso quali avori torniti o cimenti nel campo dell’orologeria, la Pompadour fu il vero ago della bilancia in fatto di gusto e di moda: divenne autentica protettrice delle arti e mecenate di talenti come Boucher e Falconet. L’aristocrazia di corte non tardò a emularne lo stile di vita. Le ricche residenze di città o di campagna furono preferite a Versailles e si ricercarono interni più piccoli e accoglienti, resi eleganti da raffinate boiseries a la façon de la Chine, con un moltiplicarsi di generi di mobili e di oggetti - sempre più spesso di dimensioni contenute - che corrispondevano alle accresciute esigenze di una vita quanto mai comoda.

Nuove tipologie d’arredo.

E’ questa l’epoca dove l’arredo si perfeziona e si differenzia sulla base delle rispettive funzioni: le scrivanie “a giorno” sviluppano comodi cassetti ben disposti sotto il piano, differenziandosi in varianti dette “a dorso d’asino”, “a doppio dorso” o a “a cilindro” (se con saracinesca arcuata che si ripiega all’interno del piano). Si moltiplicano i tipi di tavolini per gli usi più svariati, a scrittoio o a toilette, informati a mode francesi, come il bonheur de jour a due corpi per le signore o la tipologia en chiffonnière con piano in porcellana e ancora una moltitudine di tavolini da lavoro o da gioco. Tra le sedie si definisce la versione munita di schienale piatto e destinata ad arredare i muri delle stanze con sola funzione ornamentale, diversificate con nuovi modelli provvisti di schienale ricurvo e da disporsi al centro della stanza. Per quanto concerne le poltrone non mancano novità: è di gran moda la bergère, la marquise e la duchesse o la versione detta a tete-à-tete (per due persone), la chauffeuse per meglio assaporare il tepore che emana il camino acceso. Fra i giocatori è in auge la voyeuse provvista di spalliera superiore imbottita per permettere a un eventuale spettatore di appoggiarsi o sedervi a cavalcioni, vi sono poi poltrone da toilette e una miriade di divani e canapè.  I letti non manifestano grandi novità se rapportati al tempo del Re Sole, vengono tuttavia quasi interamente ricoperti di stoffa, montano baldacchino o “imperiale” e si tende a collocarli entro un’alcova resa accogliente da vivaci tappezzerie.
Altre tipologie sono i bas d’armoire, a metà tra le credenze e l’armadio, un gran numero di angoliere e molte varianti di consoles. Tra i complementi d’arredo figurano paraventi e parafuoco, in genere ornati da tappezzerie ricamate ad aopittura.
Il mobile principe dello stile Luigi XV è la commode, di norma a fronte e fianchi bombati, poggianti su sinuose gambe a capriolo. Presenta volumetria contenuta se raffronta alla mobilia della generazione precedente, ma in epoca rococò raggiunge una dignità e un’armonia formale insuperabile anche nella produzione foggiata. Se destinata a committenza agiata si assiste a un vero e proprio sfoggio di raffinatezze, da intarsi o lacche a rocailles stilizzate su fondi impiallacciati con essenze di radiche pregiate, spesso esotiche, disposte a effetto speculare o a marchetteria, con studiato effetto geometrico, né mancano guarnizioni metalliche dorate a vestire le pilastrate o incamiciare i piedi. Medesima fortuna incontra il bureau mentre il trumeau  (sebbene ancora in auge) inizia il suo irreversibile declino.

L’Italia rocaille.

In Italia, dove il passaggio al rocaille è graduale, l’arredo si impronta all’uso di materiali di minor pregio pur perseguendo una notevole finezza ornamentale. Alla corte sabauda il nuovo stile lascia autentici capolavori, dispiegati tra il Palazzo Reale e la Palazzina di caccia di Stupinigi, dove il virtuoso Pietro Piffetti opera mirabili tarsioincrostazioni su mobilia di squisita ideazione formale,  né manca  il decoro bronzeo  dorato - che se “firmato” dalla  dinastia dei Caffieri – esita traguardi strepitosi. Venezia  in questi anni, per quanto attiene il mobile, diviene un centro di prestigio a diffusione europea. Qui si eseguono esemplari sagomati e bombati con proporzioni nuove e dagli esiti irripetibili, si preferisce al decoro bronzeo l’intaglio, che per armonia e compostezza formale risulta impareggiabile. In particolare, la Serenissima Repubblica conosce rinomanza per mobilia dipinta e laccata, con una vasta produzione di vassoi, cofanetti, candelieri, servizi da toilette o ventoline dipinte in lacca povera, grande attenzione si presta alle tendenze orientalistiche. Domina nella nostra penisola il gusto per la lucentezza, gli arredi vengono rifiniti a gomma lacca, parquets e tappezzerie mostrano tinte chiare, in gran profusione di oro e argento a sottolineare ornamenti e partiture.

La predilezione per la finitura a lacca trae linfa vitale dal generale favore che si accorda alla luminosità. Si spiega così anche la straordinaria stagione che quest’epoca riserva alle vetrerie veneziane: nell’arredo diviene indispensabile l’utilizzo di luminarie, lampadari, specchi e specchiere che in alcuni casi si “vestono” di elementi policromi, detti “chiocche”.

La marezzatura e la marmorizzazione.
    
La marezzatura trova grande diffusione nel XVIII secolo, sebbene fin dal cinquecento sia una tecnica pittorica ampiamente attestata. E’ una procedura tesa a imitare effetti di venature lignee o marmoree, con risultati intriganti e talvolta convincenti, a costi contenuti. Su scafi in legno dolce si distende uno strato di vernice di base per poi con il pennello pazientemente imitare la venatura lignea o la varietà marmorea che si intende emulare, lo strato finale di sandracca o altre emulsioni contribuirà a dar l’illusione che gli arredi così posti in opera siano effettivamente in noce massello o ciliegio intarsiato, mentre l’uso di cere a caldo simulerà alabastri, diaspri o rari marmi damasceni.
Questa tecnica definibile “lastronatura povera” trionfa in ragione della straordinaria fortuna che la più blasonata mobilia placcata in radica (o intarsiata) incontra tra gli inizi e la fine del settecento.
In epoca Luigi XV nell’intera penisola italica questa pratica divenne consuetudine tanto da contraddistinguere intere gerarchie di arredi, come l’armadio emiliano o il comò siciliano e gran varietà di mobilia marchigiana.

La lacca povera.

L’introduzione della cosiddetta lacca povera o contraffatta spetta a Venezia. In laguna il depintore, sollecitato dalla grande richiesta di mobilia laccata, sull’onda del rinnovato entusiasmo che la committenza accorda alle cineserie, si ingegna di emulare gli effetti della lacca orientale con manufatti di veloce esecuzione e costo contenuto. La scorciatoia è in breve così traguardata: applicando delle stampine incise su carta sottile, previamente colorate, basterà ritagliarle e incollarle alla superficie lignea per poi uniformarne lo spessore mediante aspersione con vari strati di sandracca, conseguendo un prodotto finito di rilucente nitidezza cromatica, tanto da simulare l’ambita lacca orientale.
    Il successo fu di tale portata, che anche casati  veneziani  di censo ragguardevole (Rezzonico, Correr, ecc.) ornarono le loro dimore con arredi in “lacca povera”. La stamperia Remondini di Bassano del Grappa si specializzò nella produzione di una serie interminabile di incisioni a soggetto galante, popolare, allegorico, tanto quasi da monopolizzare il mercato italiano, europeo e giungere fino nelle americhe. Anche nelle Marche e in Germania valenti stamperie seppero guadagnarsi buone fette di mercato.
La lacca povera ornò ogni sorta di tipologia d’arredo, dal prestigioso trumeau alle scatolette da toiletta per signora, ai porta parrucca, ai ferma porta o minuterie come tabacchiere, guantiere e astucci per messaggi d’amore. Abili pittori talvolta dipinsero le figurette del Remondini con abili e guizzanti colpi di pennello, alla maniera dello Zais o dello Zuccarelli, tanto che il mobile a stesura ultimata poté veramente dirsi qualitativamente raffinato.

Mobilia italiana picta e laccata.

Se il primato indiscusso spetta a Venezia, nondimeno in Italia numerosi centri ebbero manifatture in grado di produrre mobilia laccata di alto tenore estetico-qualitativo. In particolare Torino, Genova, Milano, Parma, Ferrara, Roma e Lucca, in generale nelle Marche e in Sicilia.

In Piemonte, terra tradizionalmente incline a orientarsi verso mode francesi, la lacca fu in auge compenetrando trasversalmente ogni classe sociale, manifestando una produzione che si sviluppa con tratti fortemente distintivi e eleganti, con esiti di raffinata delicatezza tonale, fittamente ornati da composizioni dipinte a tempera su fondi a tinte chiare, panna, crema, giallini e celesti con soffuse campiture floreali, arabeschi rocaille o cineserie (di peculiare formulazione) non di rado impreziosite da raffinate riquadrature in pastiglia o legno dorato. L’affermazione di pulsioni orientali trae sostentamento dal “Gabinetto” ideato dallo Juvarra nel Palazzo Reale di Torino dove si ammirano lacche orientali autentiche, rosse e nere. In Piemonte la lacca è magra e viene rifinita con una o due sole stesure di vernice, si segnala il frequente ricorso di ombreggiature chiaroscurali a morlacca, come testimoniano taluni arredi eseguiti da Francesco Maria Servozelli nel 1757 per la Palazzina di Caccia di Stupinigi. Tratto precipuo della mobilia di area sabauda legata a committenza di rango sociale elevato è la convivenza tra fondi laccati e ornati associati a minuti e impeccabili intagli, di norma dorati. Fin dal 1731 è ebanista di corte Pietro Piffetti: si distingue per l’esecuzione di mobilia pittointarsiata a incrostazione (in avorio e madreperla) traguardando risultati di tale portata, da meritare nomea imperitura.

In Liguria l’arredo laccato assume valenze e decori caratteristici e ben distinguibili, conoscendo diffusione nelle ville di campagna e in particolare nelle camere da letto, come si evince dagli inventari dell’epoca. La lacca genovese è connatura da uno standard tecnico esecutivo altamente qualificato e si differenzia per la preparazione particolarmente leggera a base di gesso e colla di pesce intrisa a mestica, detta colla di guanto, e per l’effetto opaco che sortiva la verniciatura di finitura distesa in pochissimi strati, in alternativa alla sandracca. Le cromie più diffuse sono a tinte chiare e soffuse, con fondi avorio, verde tenue, azzurro e colori pastello, mentre il repertorio figurativo indulge su ghirlande, cespi floreali a corolle rosse e arancio, uccelli, insetti o figurine à la chinoiserie sovente estrapolato dalla maiolica savonese coeva, è peraltro noto che il rinomato ceramista-pittore Giacomo Boselli avesse in prima persona dipinto comò. I viaggiatori settecenteschi rendono testimonianza di come le scatolette laccate eseguite nei pressi della Chiesa della Maddalena fossero non meno celebrate della Vernis Martin parigina. Gli arredi laccati liguri più propriamente sono definibili come dipinti, poiché nel tempo la vernicetta di finitura tende a dissolversi e la stesura picta è profusa di norma con maestria in tocchi guizzanti e veloci.

La Lombardia non sviluppò particolare indulgenza verso la mobilia laccata. Risulta tuttavia attestata con significativa produzione nell’interland milanese, dove si segnala per cromie di preferenza verde-oro o comunque evidenzia tavolozza intesa a rappresentare colori accesi, profilati in giochi di specchiature delimitate entro i consueti ornati a ricciolo sfilacciato (detto anche “a buccia di rapa”) variamente indorati o lumeggiati. Il repertorio a cineserie viene rappresentato senza particolare inventiva. In  generale la laccatura fu posta in opera a tempera magra, verniciata in un solo strato, dimodoché al tatto risulta sovente ruvida e granulosa. In queste terre si continuò a prediligere arredi lastronati o intarsiati, in coerenza con una tradizione ormai secolare.

Nel Veneto la mobilia laccata trovava antica consuetudine. Con l’avvento del rococò il terreno già fertile produsse frutti destinati a larga eco, tanto che in breve gli arredi veneziani conobbero la via dell’esportazione.
Lo scafo lignario in preferenza deriva da tagli di cirmolo cadorino o dall’abete, sul quale veniva dispiegata un’imprimitura di gesso frammisto a colla. Si apponevano poi strisce di tela ben levigate e stuccate per poi procedere con le dorature, su mordente o bolo di terra d’Armenia. La lavorazione successiva era la stesura pittorica con tempera all’uovo che in ultimo veniva ricoperta e verniciata con sandracca, in infusione di gomma lacca sciolta nello spirito, fino a diciotto strati. In ultimo si levigava a tampone imbevuto d’olio. La vernice trasparente esitava sulla mobilia un effetto giallo-ambrato che emulava la lucentezza e la consistenza delle lacche orientali.
Nel primo settecento di gran moda sono gli ornati a cineserie, su fondi neri o rossi, con scenette talvolta in rilievo, in breve si predilige l’ornamento con figurine occidentali vestite all’orientale per poi evolversi in una moltitudine di immagini arcadiche di squisito gusto rocaille, ispirate di norma ai regesti dei grandi maestri della pittura veneziana.
Questo secolo vede Venezia trionfare anche con la produzione di lacche povere, di cui già si è detto. La lacca (o la sua contraffazione) si prestò a ornare le movimentate quando non spericolate curvature o bombature della mobilia veneta, conferendo a questi arredi note distintive di inconfondibile evidenza.

In Emilia Romagna la vena barocchetta ripropone - con formulazioni meno ridondanti - le sinuose forme del barocco. Negli arredi laccati tale tendenza si traduce in stesure a fondi dipinti di preferenza a cromie giallo-ocra, verde e azzurro, solo negli arredi di altolocata committenza cornicette (o partiture a intaglio) mantengono la finitura indorata.  In alternanza al rarefatto decoro con doratura a foglia si dispiegano lacche marroni, argentature o meccature (dal caratteristico colore bruno ramato) fino a esitarne un saliente tratto regionale, un’evenienza che rende testimonianza della grave crisi economica che attraversa questa regione, in particolare nella seconda metà del secolo. Parte attiva spetta all’architetto Alfonso Torreggiani (Bologna, 1682 – 1764), protagonista anche nell’esecuzione di arredi “firmati” da moduli ancorati a forme seicentesche edulcorate da felici intuizioni informate a mode rococò. In tal senso si osservino gli arredi di villa Malvezzi a Bagnarola nei pressi di Bologna, databili tra il 1736 e il 1750.
Nel XVIII secolo si diffonde una nuova tipologia d’arredo, i cassa-lunga, nella cui sommità si colloca l’orologio a lanterna. La singolare forma si presta al decoro laccato, con esiti in più occasioni di notevole pergiungimento estetico. Si registra inoltre il diffondersi nella pittura a tempera della stesura a grisaglia, che si traduce in monocromi a tinte azzurre, ocra e brumati, connotati da una forte valenza chiaroscurale.
La vicinanza e il tradizionale interscambio commerciale che lega Ferrara a Venezia sortisce anche nella mobilia ferrarese esiti che per inventiva formale e compositiva nulla hanno da invidiare alla più bella produzione laccata lagunare. Un tratto distintivo si ravvisa nelle partiture floreali policrome, profilate entro volute acantiformi in pastiglia a forte rilievo, lumeggiate in oro. Fondi bianchi e specchiature auree sono in questo periodo un altro precipuo tratto distintivo della mobilia ferrarese, non dissimile da esiti parimenti sperimentati anche in area parmense.

La Toscana conobbe anch’essa arredi dipinti e laccati, ma grava sulla conoscenza della produzione regionale una carenza di studi che non consente di precisarne tratti e valenze con la necessaria compiutezza.

Il Lazio ha Roma come caput mundi. Qui la tradizione della mobilia laccata è di lungo corso e data agli albori del seicento, allorquando era sede dei principali ordini missionari. In particolare la Compagnia di Gesù si rese responsabile della prima introduzione in Europa delle esotiche lacche orientali. Non dovrà dunque stupire se nella Città Eterna un affollato numero di botteghe di maestri laccatori (a cui era riservata via de’ Coronari) lacca mobilia ordinaria e d’apparato, con esiti ragguardevoli e maturando una cifra stilistica tipicamente locale, di timbro barocchetto, dove la moda delle cineserie disposte in gruppetti restituiti a forte bassorilievo, in pastiglia policroma, profilate entro cornici a dorature opache o in oro rosso, assume movenze distintive. Raramente i ripiani romani sono in lacca marmorizzata, in genere sono placcati con marmi, alabastri o diaspri. Matericamente la lacca capitolina non è particolarmente raffinata, si presenta grassa e spessa.

Nelle Marche il Rococò viene recepito nelle sue più stemperate pulsioni barocchette e di preferenza si continua a manifestare ampio favore al lessico tardo seicentesco. Tale modus agendi si riscontra anche nella mobilia dipinta a tempera, con decori che prediligono scansioni a ondulazioni verticali, piuttosto che l’affastellarsi di curve e contro curve distintive dello stile rocaille. Le pulsioni romane continuano a dirigere le mode locali, che si declinano solo occasionalmente alle novità venete. Qui il decoro a cineserie giunge tardivo. Notevole e ben edotto della stagione rococò risulta l’organo fabrianense della chiesa dedicata a san Biagio e san  Romualdo, con raffinati intagli dorati su fondi in lacche azzurre, databile al 1757 e forse riferibile all’operato di Filippo Rosati. La vasta gamma cromatica delle lacche marchigiane anche in questo secolo rende peculiare la produzione locale, capace anche di riconvertirsi introducendo la lacca povera, grazie all’adozione di incisioni calcografiche stampate autonomamente che seppero ben gareggiare con la coeva produzione veneta. I piani dei tavoli a muro o delle credenze sono laccati a marezzatura marmorea, generalmente in verde antico. In specifico, la lacca marchigiana si presenta magra e uniformata da un’unica stesura di finitura.

In Puglia si producono complementi d’arredo interamente eseguiti in cartapesta rifinita a tempera magra o dipinta a olio. E’ Lecce il centro propulsivo di queste manifatture. Qui, fin dal Quattrocento, botteghe di cartapestai ingenerarono un’autorevole tradizione che tra Sette e Ottocento ebbe indiscusso primato. Relativamente a complementi d’arredo in cartapesta o papier maché (carta macerata, colla e gesso, variamente incrostata, dipinta o laccata) si segnala una vasta produzione tipologica riconducibile a mode inglesi (in particolare a Birmingham fu inventata la metodologia che permise di incurvare pannelli mediante l’uso del vapore). Nel Settecento, gran numero di mobiletti e scatolette in cartapesta a fondo ebanizzato (o laccato) fu imitata anche in area leccese.

La Campania trova in Napoli un centro di produzione caratterizzato da arredi laccati su scafi normalmente in albuccio, decorati con preferenza a motivi monocromi allietati da florilegi naturalistici o orientalizzanti, scanditi entro profili a doratura meccata. La moda alla façon de la Chine trova in Napoli precoce diffusione, con produzione qualitativamente autorevole, che culmina nei tanto celebrati capolavori interamente condotti in porcellana conservati a Capodimonte. Una peculiare tipologia locale è da individuarsi nell’esecuzione di pitture a marezzatura disposte a emulare nel mobile l’effetto dell’incrostazione tartarugata.

In Sicilia la peculiarità regionale seicentesca segnò il trionfo di mobilia a scenografia barocca improntando forme, materiali, colori e decori al ridondante gusto spagnolo e moresco. Permane anche nel Settecento la consuetudine di incrostare gli arredi con madreperla o avorio, corallo trapanese o acciaio palermitano. La produzione laccata, significativa, si distingue per un’eleganza e una raffinatezza che gareggia con altri centri italiani di corale rinomanza. Dapprima a Palermo si emulò la lezione ligure, che aggiornò la mobilia locale con cromatismi più accentuati e ornamenti insistiti e fantasiosi, in seguito si impongono mode veneto-romane.
L’effervescente vena rococò siciliana esita mobilia laccata popolata da colori squillanti, dominati dal rosso porpora o da azzurri pastello, o da fondi in avorio velati di bruno, di suggestiva eleganza, non di rado affiancati da intagli o pastiglie dorate in commistione di foglia d’argento e oro, finiture che sono da ritenersi un tratto distintivo della produzione siciliana.
L’interpretazione locale della lezione veneta è così simbiotica che in ripetute occasioni, pregevoli esempi di comò laccati autoctoni sono stati erroneamente attribuiti a maestranze veneziane (la forzata volumetria architettonica della mobilia siciliana dovrebbe tuttavia indurre a repentine identificazioni).

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