Il De Architectura di Vitruvio (I sec. a.C.), dedica ampie note a colori e pittura, la cui conoscenza si perpetua nei trattati medioevali, tanto da essere già menzionata nelle Etimologiae di Isidoro di Siviglia (VI-VII sec.). Ancora Vitruvio ritorna nel Capitolare de Imaginibus contenuto nei Libri Carolini (fine VIII sec.). Il Manoscritto di Lucca (VIII sec.) è un ricettario a giusto titolo da ritenersi come l’anello di congiunzione tra la cultura artistico-tecnologica dell’epoca ellenistica e quella sostanzialmente tecnica del medioevo, giacché in questi anni l’arte non venne percepita come un’entità autonoma ma piuttosto come un insieme di procedimenti atti a produrre oggetti utili alla vita quotidiana e alle liturgie ecclesiastiche. I trattati medioevali nell’opera d’arte privilegiano l’aspetto tecnico e religioso, trascurandone la valenza estetica. Nel De Coloribus et artibus romanorum (X sec.) si ritrovano numerose ricette mirate alla fabbricazione dei colori, che manifestano la conoscenza della Naturalis Historia di Plinio il Vecchio (23-79 d.C.).
La Mappae Clavicula (X o XI sec.) opera forse riconducibile a un miniatore dell’Abbazia di San Gallo, disvela elenchi di chimica e tecnica artistica e varie prescrizioni sulla pittura. Nel colto trattato del cosiddetto monaco Teofilo, la Schedala diversarum artium (XII sec.) viene organicamente raccolto il compendio del thesaurus culturale e artistico del mondo romanico. L’autore dovette certo essere un chierico miniatore operoso entro uno scriptoria tedesco, il cui eccezionale livello è confermato in ragione della straordinaria maestria con cui dimostra padronanza nel descrivere le tecniche dell’arte pittorica, esponendole con rara chiarezza e inusuale modestia.
L’eterofinalismo dell’arte al servizio della religione trova avvallo nel De ecclesiae aedificatione, ornatu et utensilibus seu de officiis ecclesiasticis summa (dal I libro del Mitrale) di Sicardo vescovo di Cremona, morto nel 1225. Definizioni teoriche in merito a pittura, scultura e architettura mutuate da Isidoro da Siviglia e da Vitruvio sono abilmente esplicate da Vincenzo di Beauveauis nello Speculum maius (XIII sec.). Un ricettario di colori scritto nella Francia settentrionale, il Liber magisteri petri de sancto audemaro de coloribus faciendis (fine XIII sec.) ribadisce la diffusione dei manoscritti della Mappae Clavicula e della Schedula.
Si segnala per la particolare veridicità e sperimentazione dei ricettari il De arte illuminandi (fine XIV sec.), opera di un miniatore italiano, che per primo filtra con rigore “illuminista” prontuari di tradizione antica, la cui stesura era talvolta inverosimile quando non alchemica.
Di straordinario interesse - per più ragioni d’indagine - è il Libro dell’arte (fine XIV sec.) scritto dal pittore fiorentino Cennino Cennini, allievo di Agnolo Gaddi. Qui ricette e procedimenti artistici trovano organica e magistrale summa. Si assiste inoltre a un tentativo di ascrivere alla pittura la dignità che spetta alle arti liberali, pur senza sfuggire alla mentalità corporativistica tipica del mondo medioevale, evenienza questa travalicata solo dall’Umanesimo (si pensi al Brunelleschi, già in appieno conscio del proprio valore individuale nel rifiutare l’asservaggio alla confraternita di San Luca). Nel Cennini il maturare dei tempi si percepisce anche nell’affermazione del primato del disegno sul colore, mentre il declino dell’arte intesa solo come rappresentazione da porsi al servizio di teofanie, viene stigmatizzata nella sua particolare sintonia d’intenti che lo accomuna ai principi della poesia volgare trecentesca, allorquando afferma che la pittura, al pari della poesia “… finge cose non vedute dando ad esse l’immagine della realtà…”
L’autore pone la prima pietra nel costruendo edificio dell’arte al servizio dell’uomo e della natura, nella creazione artistica si insinua il valore primario della fantasia creatrice e dell’imitazione del reale, a discapito della stretta osservanza dei canoni imposti dall’imperante visione teocentrica.