(Dal 1804 al 1815)
Questo stile ebbe dominio indiscusso nell’arte francese ed europea durante il primo quarto del secolo. Protagonista assoluto fu l’ultimo dei sovrani mecenati, quel piccolo corso che nel 1804 in Notre Dame conobbe la propria apoteosi con l’investitura imperiale strappata a un pontefice umiliato, un riconoscimento concesso così incondizionatamente al solo Carlo Magno, mille anni prima. Napoleone seppe riconoscere all’arte la funzione primaria di veicolo di diffusione della propria fortuna politica.
Protagonisti d’elezione della civiltà dell’arredo napoleonico furono i fedeli architetti Charles Percier e Pierre Fontane. Seppero mirabilmente combinare le esigenze di fasto e grandiosità, traducendoli in elementi simbolici e allegorici, con ricercata grazia, intimità e leggerezza. Tra i motivi “firmati” dai due architetti troviamo la N (incorniciata entro serti di alloro), le api, le aquile, i cigni araldici.
Percier e Fontane diedero alle stampe (in due diverse edizioni, nel 1802 e nel 1812) il Recueil des décorations intérieures, un manuale di inesauribile ispirazione che divenne il prontuario più consultato da decoratori, tappezzieri, orafi, bronzisti.
Con l’Impero, nel mobile giunge a definitivo compimento la rigorosa ricerca filologica delle forme e delle decorazioni classiche. In questa fase storica sono ben riconoscibili due diverse tendenze: una eroica, grandiosa e solenne, l’altra contenuta, discreta, privata.
In questo periodo i sedili di moda presentano la caratteristica unione della gamba anteriore con il supporto del bracciolo, a volte risolto a intaglio scultoreo in forma di cigno, leone alato, sfinge, cariatide o erma. Torna di moda la poltrona-trono, con esigenze di parata, riccamente ornata da intagli dorati in foglia su fondi laccati in azzurro-lapislazzuli. Tra i sofà, furoreggia la méridienne e torna in auge lo sgabello a X. Le consoles continuano a godere di immutata fortuna, ma si prediligono forme strette e allungate e nel contempo si impone al pubblico la nuova tipologia a mezzaluna. I comò conoscono diffusione capillare e rispetto alla mobilia di epoca neoclassica si è altamente differenziato, per ospitare lungo le pilastrate colonne ebanizzate a emiciclo o a tutto tondo, incamiciate entro capitelli (lignei, in pastiglia, in bronzo o ottone) di stile dorico. Si codifica il caratteristico piede a plinto fasciato (detto anche “a zampa d’elefante”) che insieme alla tipologia “a zampa ferina”, “a triclinium” o “a globo e artigli d’aquila”, costituirà l’intero organigramma figurativo dei sostegni di epoca Impero. Spesso i mobili montano piani in marmo italiano o in granito belga.
Fra i complementi d’arredo si segnala l’immancabile guéridon, foggiato a tripode o l’athénienne, con uso di piccolo lavabo o giardiniere. La toilette conserva la foggia a console e la psiche diventa un elemento d’arredo immancabile presso le nuove classi sociali di potere, insieme all’arpa.
Le scrivanie incontrano diffusione capillare. Una nuova tipologia – peraltro prediletta da Napoleone – detta bureau méchanique, si connota per il largo ripiano apribile a scatto.
Tipici del periodo sono i letti “a navicella” a doppie testiere laterali diritte o sagomate a tulipano, oppure nella variante della alla greca, dotata di un’unica testiera. Ai lati del letto fa la sua comparsa il “somno”, un tipo di tavolino munito di piano marmoreo e adorno di fregi bronzei e iscrizioni dotte.
In Italia, questo stile conobbe una vita straordinariamente lunga, tanto da essere continuativamente realizzato fino al 1850 e oltre, sortendo una penetrazione capillare e trasversale giungendo ad arredare l’abitazione di ampie fasce sociali. Si “importarono” i nuovi moduli dalla Francia, pur traducendoli in ogni regione con sembianze peculiari e autonome. Non è infrequente notare in questi arredi la finitura pittorica a tempera, con colori che si uniformano senza particolare differenziazione regionale.
L’insistito uso di laccature a marezzatura, intese a imitare gli effetti della venatura di mogano (fino a lambire porte e camini) origina da fattori molteplici, a cui certo concorre l’embargo francese che vieta l’esportazione del mogano d’India. I colori che dominano l’arredo sono di norma a tinte accese, combinate in vigorosi contrasti, mentre un soffuso colorismo a predominante monocroma caratterizza la mobilia di area provinciale, che perpetua la gamma cromatica già in voga in epoche precedenti; grande favore si continua ad accordare alla tinta bianca profilata entro cornici indorate, reminescenza neoclassica che anche in arredi commissionati da casati di rilevante censo economico, continua a dominare qualora destinata ad ornare palazzi di provincia, come nel noto caso di Palazzo d’Arco a Mantova.
Raramente in altre epoche l’uso della radica fu così asservita al colore. Le venature di noce, tuja, o ciliegio, esaltate da abbondanti stesure a gommalacca, parvero imbrigliate entro specchi rilucenti. La ricerca di effetti pittorici nella radica trova in Paolo Moschini (un seguace del Maggiolini) l’inventore di una particolare tipologia di taglio che consentiva nell’acero fiorito o nell’olmo di ottenere sezioni a venatura concentrica, tale da emulare gli effetti della tartaruga.
In Toscana, si diffuse una peculiare produzione di mobilia nobilitata da decori pittorici, con ornati in scagliola a policromie bianche e nere, a riprodurre con meno dispendio gli effetti della tarsia pittorica.
Si nota inoltre l’insistito uso di risolvere a tempera riquadri in pannellature inserite in un contesto massimamente lastronato o impiallacciato, come in frequenti caminiere o specchiere disposte su tavoli a parete.