Domenica, 05 Febbraio 2012
Conclusioni
Storia del mobile picto in Italia

L’arredo picto tra fine ‘800 e inizi ‘900.

Intorno al 1840, il manifestarsi di pulsioni neorococò durante lo stile Luigi Filippo, accentuato negli anni a seguire da orientamenti in sintonia a mode Napoleone III, riservarono alla mobilia picta un momentaneo ma tenace oblio, per poi conoscere nuova auge nella seconda metà dell’Ottocento, complici le Esposizioni Internazionali, che favorirono l’insorgere di tendenze estetiche eclettiche, particolarmente inclini a reinterpretare stili e tradizioni del passato.
Pur riconoscendo a questo periodo sovente erroneamente dileggiato i limiti che gli sono propri, si deve tuttavia constatare che l’arredo picto italiano ritrovò consensi e degni interpreti, con esecuzioni immaginifiche e fantasiose di non secondario interesse, in buona parte non semplicemente riconducibili al repentino ritorno di mode egizie, cinesi, giapponesi o moresche.
Si pensi ai pittoricismi restituiti con intarsi o xilotarsie dovuti alla perizia del faentino Gian Battista Gatti, ne si dimentichino gli esiti traguardati dalla bottega fiorentina dei fratelli Falcini. E ancora degni di nota sono i mobili di fantasia intagliati in forme volatili dal fiorentino Andrea Baccetti, poi ornati da argentature e laccature e infine rifiniti con vistose vernici e resine pregiate. Si distinguono i virtuosismi delle ditte veneziane “Pauly et Cie” o “Remi & Ci”, che sul finire dell’Ottocento divennero protagonisti nell’esecuzione di autentici capolavori nello stile detto “da grotta”, con manufatti ispirati al mondo marino densi di policromie iridescenti.
Con la Belle Epoque la mobilia muta sembianze e si trasforma in natura allo stato puro, assumendone forme e colori, come dimostrano gli esemplari dovuti al genio di Emile Gallé ebanista o di Carabin, dove intarsio, intaglio, incrostazione e pittura si fondono in un’eleganza sublimata, che si perpetua anche in arredi italiani, come nei manufatti della ditta Zen. Il crepuscolare colorismo orientale in Italia ha come vate indiscusso la mobilia di Carlo Bugatti, attivo tra il 1890 e il 1920, e più in generale nel Novecento il colore domina anche talune linee di mobilia, variamente applicato su inserti in pergamena o ceramica, prodotti serialmente dalla ditta Casalini di Faenza o da valenti mobilifici fanesi.

Falsi “autentici”.

In ultimo, al lettore andrà segnalato un’insistita frequenza nel mercato antiquario riconducibile a un consistente fenomeno di falsificazione pertinente il mobile picto, dovuto massimamente a maestranze italiane, che tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento investe in particolare la produzione di manufatti riferibili ai cosiddetti primitivi o alla rinascenza e più in generale al settecento veneziano laccato. A Siena, una pletora di valenti falsari, tra cui si distinsero Federico Icilio Ioni e Umberto Giunti, il Catani, Casprini e il Vizia o il Nelli, fecero rifiorire il pittoricismo-plastico quattro-cinquecentesco con l’esecuzione di cassoni, credenze, ancone, torcieri, biccherne, fondi oro, ancora oggi ritenuti originali e esposti nelle più prestigiose sedi museali internazionali. Falsi “autentici” dove rivivono le più preziose e intriganti eleganze cromatiche in profusione di tempere, lacche o sandracche dispiegate dagli antichi maestri, di così abile e convincente veridicità da trovare estimatori nella critica del tempo (tra cui il Cavalcaselle o Berenson) e acquirenti ignari presso il miglior collezionismo inglese e americano. Anche in epoca odierna si avvallano, magnificandole, queste opere che sebbene false, sono pur “storicizzate” e per più ragioni a pieno titolo da annoverarsi tra i capolavori dell’ingegno umano.
Molto meno qualifica è invece la massiccia riproduzione di arredi veneziani laccati contraffatti, un fenomeno che già negli Anni Venti interessava il 20% della produzione complessiva.

Nell’ultimo decennio si è verificata la comparsa di un nuovo e aggressivo tipo di falsificazione, inteso a riprodurre mobilia italiana laccata a tempera grassa o magra di epoca sei-settecentesca, sfruttando scafi originali, ad arte dipinti e ornati con fare convincente.
Questi falsi, se riconducibili ad area meridionale o campana, veneta o romagnola, risultano mediocri e ben individuabili - ma se l’imprimatur è fiorentino – sono di tale perfezionane da indurre a inganno anche esperti di lungo corso. In alcuni casi, l’invecchiamento, la crettatura delle cromie, l’interpretazione coloristica e ornamentale è condotta con tale perfezione, che senza esitazione si può affermare che un qualche nuovo Ioni in Firenze operi indisturbato.

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