Le arti decorative, e con esse il mobile, seguirono passo dopo passo lo sviluppo dell’architettura, assumendo come note caratteristiche timbri di leggerezza e di decorativismo verticalizzante, sviluppando una certa qual eleganza formale che in breve portò gli arredi a meglio definirne e differenziarne la funzione specifica di oggetti d’uso. In un primo tempo l’arte lignaria fu predominio dei laboratori dei conventi o dei cantieri delle grandi cattedrali, fenomeno che originò la consuetudine per le maestranze specializzate in carpenteria - quali i magister lignaminis e le loro botteghe - di itinerare con spostamenti geografici anche significativi, decretando in questa prima fase la codificazione di uno stile omogeneo, una sorta di koiné figurativa. In seguito, sul finire del duecento, l’affermarsi di nuove classi sociali quali l’aristocrazia e una ricca borghesia cittadina, incrementarono la richiesta di arti applicate, e finirono per agevolare l’insorgere di nuove cellule operative, pienamente regolamentate nei vari ordinamenti delle corporazioni artigiane. E’ in questo secondo momento formativo che si deve ricercare nella mobilia l’origine di un linguaggio figurativo differenziato: tra città e città si rileva una netta distinzione formale e costruttiva, che, almeno per quanto attiene l’Italia, diviene coerente e individuabile solo verso la fine del XIV secolo.
La nascita delle corporazioni in un tempo a noi così lontano ci consente di verificare come nella sostanza il mobile in assoluto più diffuso fosse il cassone. Illuminante in tal senso apprendere che nel 1254 Etienne Boileau, prevosto di Parigi, nel riorganizzare il sistema delle corporazioni cittadine, scisse in diverse categorie i falegnami dai costruttori di cassoni. E’ fenomeno peraltro spiegabile se si pensa che in quest’epoca, almeno per quanto riguarda l’arredo laico, si attenda in primo luogo alla praticità e alla trasportabilità di un bene, nel caso specifico il cassone (sovente provvisto di maniglie d’asporto) è d’impiego polivalente: funge da sedile, da tavolo, da contenitore di vestiario, di masserizie o beni preziosi, da letto e perfino da bara, come documenta l’interessante esemplare oggi al museo Correr di Venezia, che nel 1266 fu asservito ad uso sarcofago onde contenere le spoglie della beata Giuliana. Nei cassoni di maggior pregio, anche l’interno del coperchio era dipinto, mentre nelle pareti si sfoggiavano tappezzerie di lampasso o broccato. Pari esigenze funzionali limitarono l’adozione di tavoli, composti da semplici assi adagiate su cavalletti di veloce allestimento.
Già si è menzionata l’evenienza che in Italia la civiltà dell’arredo orientò il proprio gusto in direzione di un decorativismo-pittorico piuttosto che plastico-scultoreo, conseguendo nel trecento tipologie largamente differenziate e specializzate anche in merito ai materiali cromatici posti in opera. Oltre alla consueta stesura a tempera magra, nelle partiture ornamentali compaiono numerose finiture a vernice oleosa, con impiego di resine tra le quali il mastice (nell’antichità era rinomata quella proveniente dall’isola di Chio e dall’Egitto) e la vernice per eccellenza, che nel medioevo era detta ambra orientale: la sandracca (proveniente in particolare dalle coste dell’Africa Settentrionale).
E’ Venezia che detiene massimamente il monopolio dell’importazione dei pigmenti da cui derivano i colori o le vernici di maggior pregio, dunque non parrà strano verificare come almeno fin dal 1271 in laguna si abbia notizia di un Capitolare dell’arte dei depintori dove le varie lavorazioni trovano una diversificazione fortemente specialistica. Nella Serenissima Repubblica rigide categorie gerarchiche separano i pictores arcellarum (pittori di cassoni e cofani) dai pittori di ancone. Parimenti contingentati sono i miniatori, i decoratori di piadene (tafferie), di deschi o di suppellettili lignee destinate alla tavola. Bisognerà attendere fino al 1463 per vedere la nomina dei colonnelli anche per le specialità dei cuoridoro, desegnatori, cartoleri, maschereri, targheri e indoratori.
Tra il XII e il XIII secolo sono i soli contesti ecclesiastici a improntare arredi integralmente lignei e in buona parte strutturati nelle tipologie perpetuate fino ai giorni nostri: nelle basiliche e nelle cattedrali si potevano ammirare pulpiti e cattedre sovente di dimensioni monumentali, con cori a grandi emicicli di postergali appaiati, al cui centro campeggia il caratteristico badalone munito di colombaia a leggio. Né mancano panche, sedili, segette e grandi credenze porta paramenti. Le biblioteche sono affollate di tabulae scriptorialis (progenitrici della scrivania), di armadi preposti alla custodia delle pergamene o di codici miniati. Sono tempi, come già si è detto, che produssero mobilia nella caratteristica foggia che è propria dello Stile Severo: struttura verticalizzante ma di forma pulita e lineare, ingentilita da lievi decori a rosetta o ad archetto, con fasciame ornato da moderate centinature o al più con specchiature animate da motivi a pergamena o a graticcio. Con ogni probabilità alla modesta compresenza di intagli a contenuto bassorilievo, suppliva lo sfondo verniciato con colori caldi e cangianti, come la malachite, l’azzurrite o il lapislazzuli, l’indaco o il minio o il rosso cinabro, triturati e disciolti entro cornici profilate da tratteggi aurei, talvolta a riquadrare fondali interamente picti a marezzatura, ad imitare gli effetti delle venatura di legni o marmi pregiati, in assonanza a quelli effigiati nelle pitture di Cimabue e di Giotto.
E’ noto che tra gli inizi dei secoli XII e XIV la tecnica di stesura del colore nella pittura a tempera procede per sovrapposizioni successive, mediante larghe campiture uniformi, dispiegando poi ombreggiature e lumeggiature, infine adombrate dai colori più chiari o più scuri tramite tocchi ad andamento lineare. Tale procedimento esita una rappresentazione prevalentemente disposta in piano, dove i lumi non trovano alcun riscontro con la realtà. Tra gli inizi del trecento e la metà del secolo a seguire i colori di fondo vengono accostati già nella consapevolezza delle successive gradazioni che si ottengono per accostamento e fusione. In questa fase, oltre al consueto decoro ispirato a temi naturalistici e geometrici, pur in mancanza di testimonianze dirette, si può ipotizzare che i soggetti profani maggiormente diffusi fossero ispirati ai cicli epico-cavallereschi e in generale all’amor cortese e alle saghe bretoni.