Domenica, 05 Febbraio 2012
Barocco
Storia del mobile picto in Italia

(Dal 1630 agli inizi del Settecento)

Il termine, deriva dal fonema barrueco spagnolo o barroco portoghese e letteralmente significa “perla informe”. Già intorno alla metà del settecento in Francia assumeva significato di irregolare, strampalato, bizzarro, mentre in Italia la dizione era di memoria medioevale e indicava una figura del sillogismo, un’astrazione del pensiero. Ebbene, a partire dalla critica sette-ottocentesca e fino a non molti decenni or sono, si volle identificare questo periodo storico con il termine dispregiativo di barocco, riconoscendovi in esso stravaganza e contrasto con le regole di armonia e rigore espressivo teorizzati dal neoclassicismo purista. Dimodoché “barocco” e “secentismo” d’elezione vennero intesi come sinonimi a forte connotazione negativa.

Scenografia e infinito.

Oggi, in tempi di revisionismo storico, si è ampiamente rivalutato il Barocco, evidenziandone le peculiarità espressive e le grandi personalità che ne favorirono la diffusione, dal Bernini all’Algardi, a Pietro da Cortona, se in riferimento all’ambiente romano. Vi si riconosce l’inizio intorno al 1630, allorché la Chiesa, soffocata l’eresia, sentì la necessità di riaffermare il potere temporale con fasto adeguato. L’oratoria artistica si rivelò idonea a rappresentare l’inimmaginabile: scenografie complesse, sfondi incommensurabili, atmosfere turbinose e ultraterrene, orizzonti privi di limite.
 Decorazioni e architetture di questo periodo si uniformano al senso illusionistico dell’infinito: in contesto storico l’artista poté esprimersi con libertà e fantasia immaginifica, ed è pur vero che se in taluni casi si degenerò in retorica astrusa se non astratta, in altri l’arte sublimò se stessa. In breve, il Barocco dalla Città Eterna dilagò in Europa, celebrando ecclesia e principati, permeando tutte le sfere dello scibile artistico, ben radicandosi anche nell’immaginario del popolo minuto.
        
Per quanto concerne il mobile, libertà ideazionale, necessità di sfarzo e virtuosismo originarono una sinergia destinata a produrre capi d’opera insuperati. I materiali dispiegati furono degni di competere con i più strabilianti racconti di Marco Polo: lapislazzuli, malachite, ambra, avorio, tartaruga, oro, argento, acciai, pregiate e esotiche essenze lignee o rare vernici “vestirono” gli arredi che per forma e fantasia diedero vita virtualmente alle mille e una notte di molti potenti nostrani.

Tipiche del periodo furono parti portanti o accessorie risolte con motivi a colonna tortile, chiaramente ispirate al baldacchino berniniano di San Pietro (più volte ripetute anche in trompe-l’oeil affrescati a olio o a tempera negli ambienti deputati a esigenze di rappresentanza) e gran numero di elementi con ricco intaglio ad altorilievo o a tutto tondo, ammantati entro un vortice di volute, cartocci e girali, profili curvi e spezzati, cimase agitate da timpani di articolata sagomatura, grembiuline adorne d’ornati, mensoloni, contrafforti e quant’altro d’uopo a movimentare forme e strutture. Il Barocco segna il trionfo del mobile dipinto, le cui forme - rese massicce da plateali esigenze di apparato –  ben si prestano ad addolcirsi stemperandosi in pur immodesti giochi di colore. Impera l’illusionismo: lacche e tempere affollano mobili e apparati d’arredo per sovente imitare con la marezzatura o paste colorate effetti di striature marmoree o giochi di venature di radiche pregiate. Nelle periferie artistiche s’inventa la pittura a scagliola, dispiegate in monocromie bianchi su fondi neri, il cui primato spetta a Carpi, che emula con meno dispendio le strabilianti produzioni in commesso a pietra dura che in questi anni rendono celebre l’Opificio delle Pietre Dure fiorentino.

Se il mobile profano conosce la sua epoca aurea, la produzione ecclesiastica controriformata non è da meno: cori, cattedre, canoniche, pulpiti, bussole e casse armoniche, finanche inginocchiatoi e confessionali di recente introduzione conoscono una ricchezza senza pari, riscoprendo un’insistita attrazione per il decoro aureo.

Questa fase artistica conobbe lunga durata. Lo stile Luigi XIV, benché autonomo, può a pieno titolo essere considerato come la germinazione più autorevole dello spirito che animò il Barocco.


Stile Luigi XIV
(Dalla metà del XVII secolo al 1715)


Con l’avvento al trono di Francia del Re Sole, si accentua la visione classicistica dell’arte, in evidente contrasto con le tendenze più appariscenti del barocco romano imperante in Italia. Per meglio comprendere il mutare del gusto alla corte di Francia, che fino a pochi decenni prima importava dall’Italia tendenze e artisti, basti pensare al clamoroso fiasco che il massimo genio del barocco italiano ebbe poi a patire quando, nel 1665, fu ricevuto con grandi onori al cospetto di Luigi XIV. Ebbene, Gian Lorenzo Bernini non riuscì a imporre il suo sfarzoso progetto per l’erigenda nuova facciata del Louvre, si preferì optare per una soluzione più tradizionale, perorata nel progetto di Claude Perrault.
Tuttavia, in questo periodo, anche per quanto attiene la mobilia, con giusta ragione si può parlare in generale di “classicismo barocco”, in ragione del fatto evidente che le direttrici guida di questo stile sono precettate entro una miscela di rigore formale commisto a esigenza di fasto, che nel caso particolare degli arredi destinati alla corte inneggia alla mistica monarchica. Il carattere curiosamente omogeneo che esprime la produzione di questo periodo, è probabilmente imputabile al fatto che un’identica  necessità  iconografica  fu  avvertita nel  contempo dai personaggi di maggior peso politico allora in Francia: dal cardinale Mazzarino al ministro Colbert. A questo si aggiunga infine la contemporaneità della gran mole di committenze legate a un programma edilizio di portata straordinaria, dal castello di Vaux-le-Vicomte al complesso di Versailles.
Mobili e arredi presentano una calibrata mescolanza di barocco e di classicismo, di gusto italiano e francese, non senza influenze mutuate dalla Fiandra. Frequenti erano gli intagli, le dorature, gli intarsi in legno pregiato, le applicazioni in metallo e tartaruga, in ossequio a un repertorio ornamentale che anche nella mobilia picta nostrana comprendeva in particolare racemi vegetali, ghirlande, volute, conchiglie, mascheroni, grottesche, foglie d’acanto.

Le nuove tipologie d’arredo.

Tra i mobili da parata, un posto di riguardo spetta allo stipo o studiolo (spesso placcato in ebano, incrostato con avorio, metalli e pietre dure o listrato con vetri dipinti anche da pittori del calibro di Luca Giordano). Una novità recepita anche in Italia è la cosiddetta scrivania mazzarina, a otto gambe generalmente a balaustro raccordate da crociera sagomata. Tra la produzione a intaglio si cita in particolare il gueridon e la console (o tavolo da parete); tra i sedili ritrova auge la versione a sella curiale, di antichissima origine nelle caratteristiche gambe dai sostegni a X. Nelle nuove tipologie d’arredo la decorazione pittorica a tempera conobbe vasta applicazione.
Oltralpe l’italiano francesizzato Domenico Cucci meritò grande nomea. Operoso anche nella  Manifattura Reale dei Gobelins, realizzò magnifici cabinets in ebano, ornati di pietre dure (si pensi alla coppia conservata nel castello di Alnwick). André-Charles Boulle fu autorità indiscussa: introdusse la moda di incrostare la mobilia con impiallacciature e tarsie di metallo o tartaruga, poi impreziosita da bronzi in fusione a cera persa, rifiniti a cesello e dorati al mercurio (celebre la coppia di commodes a Versailles e la scrivania per l’elettore di Baviera, oggi al Louvre). Questa produzione, pur se in senso lato, è da annoverarsi entro la mobilia picta, poiché influenzò potentemente anche maestranze italiane capaci di esprimere analoghe formulazioni, pur con tecniche e esiti diversi.

In Italia, la mobilia realizzata sotto gli influssi delle mode diffuse nella Francia del Re Sole, trovò larga eco, sebbene il retaggio dello stile barocco romano mai fu completamente sedato.
La seconda metà del seicento fu per certi versi l’epoca aurea dell’aristocrazia italiana e segnò l’ascesa della ricca borghesia mercantile che aspirava al patriziato: a tal fine si dilapidarono autentiche fortune per conferire alle proprietà immobili quel grado di solennità consono (e necessario) per onorare tale privilegio di sangue (si pensi ai banchieri Rezzonico a Venezia o ai molti casi consimili nella Repubblica Ligure o ancora ai Buonaccorsi di Macerata). La folta schiera di palazzi edificati in Italia durante il potentato di Luigi XIV certifica con evidenza il gran numero di arredi che furono commissionati per renderne gli interni fruibili e…. scenografici, optando sovente proprio sul decoro pittorico che perfettamente si prestava a emulare l’illusione di un fasto magniloquente pur nell’ottica di un moderato esborso.

E’ importante notare che mai prima d’ora furono realizzati interi arredi in suite destinati a uniformare la mobilia di una sala di rappresentanza: dalle immancabili consoles  - autentiche protagoniste dell’arredo assolutista - a imponenti specchiere preposte a dilatare spazi di per se già notevoli, potenziate dall’ausilio di specchierine in miniatura (le caratteristiche ventoline), destinate alla piccola luminaria quotidiana o ad accrescere la luce diffusa dei grandi lampadari accesi nei giorni di festa. In ambito romano divenne di moda dipingere anche gli specchi con allegorie floreali, come nei noti esempi eseguiti da Mario dei Fiori per la casata dei Rospigliosi.  Ancora sedie, divani e poltrone di rappresentanza (in gran numero) dalla robusta “pattona” all’elegante “carabiniera”. Alle pareti era sempre disposta la miglior quadreria di cui la famiglia potesse dar sfoggio, naturalmente i dipinti erano di preferenza esibiti entro cornici a cartocci dorate o laccate, talvolta allietate da motivi floreali dipinti a olio. Mancavano nelle grandi sale tavole o altra mobilia che fosse d’eventuale intralcio alla danza o alla conversazione. Tuttavia il tavolo è ormai presente nel nuovo arredo palaziale sei-settecentesco, che a differenza dei secoli precedenti ha trovato nella sala da pranzo definitiva collocazione, allocato in genere vicino a una coppia di credenza.

Nei primi decenni del Settecento comò, bureau e trumeau presero a ornare camere da letto e sale intermedie, mentre i canterani - in gran numero già nel Seicento - avevano finito per sostituire un mobile il cui lungo stato di servizio era ormai prossimo all’accantonamento: il cassone. Al suo posto, lungo le sale o i saloni e disposte negli interminabili corridoi dell’abitazione signorile fan bella mostra di sé cassapanche o credenze scantonate, il più delle volte laccate o marezzate e sovente blasonate. Pur nella minor ricchezza tipologica che caratterizza la coeva produzione francese, anche in Italia si assiste al proliferare di nuova mobilia, dal comò mosso a balestra, a scrivanie di varia foggia (dalla Mazzarina alla San Filippo), si è inoltre diffusa la libreria, di cui si conservano magnifici esemplari decorati a lacca; il nuovo arredo condivide gli spazi con la credenza a doppio corpo,  destinata a custodire sotto chiave i documenti meno accessibili agli indiscreti. La mobilia mostra i segni dei tempi nuovi: sedie, tavole e consoles hanno piani o sedute lievemente sagomati, le gambe sono del tipo “a balaustro” raccordate da crociere movimentate a osso di montone. Dalle cimase di specchiere, ventoline e divani svettano corposi intaglio nastriformi o a stilizzazione floreale, rigidamente risolti a stesura simmetrica. Talvolta sembrano conchiglie, o luminosi raggi solari o lambrecchini, analoghi ornati si ritrovano nelle grembiuline di sedili e finanche di bureau o di letti di particolare pregio. Durante lo stile Luigi XIV conosce larga diffusione la poltrona, intesa come un sedile più largo, comodo e elastico, provvista di schienali e braccioli, che viene sostituendo l’austero e scomodo seggiolone delle epoche precedenti.
Il motivo della mossa a linea spezzata domina incontrastato, su arredi destinati a qualsivoglia funzione e se il mobile è di pregio, si può star certi che è in massello di noce di selezionata qualità o è lastronato a vista con radiche pregiate, ben disposte a specula, in taluni casi intarsiate a foggia floreale o incrostate in avorio.

La mobilia di questo periodo, se di rappresentanza, è vistosamente “placcata” con oro in foglia o laccata (se di struttura in legno povero). Verso la fine del Seicento le forme accentuano movimentazioni curvilinee “a balestra” e tendono a scantonarsi lungo i lati delle pilastrate, sebbene permane il rilevante ingombro volumetrico, peraltro consono ai grandi spazi abitativi, con alti soffitti a cui devono necessariamente uniformarsi.

Dal primo quarto del Settecento in avanti, si nota il manifestarsi di forme più raccolte, sempre più spesso in luogo della tradizionale doratura si utilizza la foglia d’argento meccata. Il piede, può assumere la caratteristica foggia “a prosciutto” o perpetua genericamente la forma “a balaustro” o a mensola sagomata.
 
Nel Seicento taluni arredi ancora replicano formulazioni cinquecentesche, sebbene si registri la scomparsa del piede leonino in favore di forme a mensola o a plinto. Paraste e lesene si liberano da intagli per ospitare specchiature  lisce  riquadrate  entro  cornici,   fianchi  e  fronte  si aggiornano con l’inserimento  di formelle bugnate. L’uso di finiture a olio cotto nella seconda metà del XVII secolo è frequente. Tra le poche concessioni che la mobilia di questa tipologia concede alle lusinghe del barocco, si riscontra l’applicazione di bulle o borchie in ottone, particolarmente diffuse in area emiliana e romagnola. Tipici nuovi arredi del periodo sono la madia e l’arcile. Certo la nota di maggior caratterizzazione è la frequente presenza di elementi quali montanti, gambe o traverse, a rocchetto tornito, sempre differenziato in ragione della stesura regionale.

Mobilia picta.

Tra gli ornamenti a effetto pittorico la scagliola trova in Carpi il centro di maggior diffusione, ben supplendo a specifiche istanze ornamentali ecclesiastiche, ma radicandosi anche nell’arredo profano, in particolare con piani di tavoli e consoles, decorati in monocromo bianco su sfondo nero. Ne infrequente in Italia è il ricorso alla pittura ad olio, che in mobilia di alta committenza si traduce in vivide nature morte rappresentate su pannelli e fiancate.
La mobilia laccata, benché diffusa in ogni ambito regionale, è in particolare tra sei e settecento a Roma e nelle legazioni pontificie di Emilia e Marche che conosce notevole fioritura. L’assunto non deve stupire, se nel primo caso gli arredi laccati sono complementari alle esigenze del fasto pontificio e dell’aristocrazia romana, nelle periferie specifiche contingenze economiche costringono buona parte della committenza a frenare spese superflue, originando un singolare fenomeno di insistito barocchetto anche in piena temperie artistica rocaille. Si darà dunque conto a seguire solo della produzione connessa all’Urbe e alle succitate legazioni, riservando al Rococò e al Barocchetto una più esaustiva esplicazione delle differenziazioni regionali.

Nella Roma del Bernini e del Borromini (autori fra l’altro anche di complementi d’arredo) il Barocco conobbe rappresentazione multiforme, così che stucchi, pittura e pietre dure, smalti o agopittura convissero l’un l’altro in rutilanti esercizi di immaginifica invenzione. Questo intreccio scenografico si perpetuò nel settecento lasciando sulla mobilia dipinta e laccata vistosi retaggi seicenteschi, con decori a conchiglia, pendoni, volute, racemi, mascheroni, teste muliebri, di inusuale dimensione e vivacità cromatica. Nell’Urbe gli influssi orientalizzanti furono precoci e derivarono primariamente dall’importazione di manufatti connessi all’attività dell’ordine dei Gesuiti e solo in un secondo tempo da mode riconducibili alla Compagnie delle Indie. Di preferenza i piani marmorei dei tavoli d’apparato (l’arredo principe romano) continuarono ad essere impreziositi con inserti in marmo autentico, con placcature a lastre di gran pregio se estrapolate da vestigia di epoca imperiale. Vi è gran numero di arredi mirabilmente intagliati e interamente dorati a foglia d’oro.
Il mobile laccato romano si segnala per una stesura particolarmente grassa, di non particolare qualità se raffrontata alle produzioni venete, liguri o piemontesi.

In Emilia Romagna gli arredi laccati sono in legno dolce (di preferenza in pioppo o abete) dipinti a tempera grassa. Mostrano sfondi ravvivati da tinte monocrome, verde-chiaro, giallo-ocra, celestino e ocra, aranciate o azzurre. Gli ornamenti sono in genere mutuati da stilizzazioni a intrecci di racemi e girali acantiformi, con nastri ottagoni da cui dipartono pendoni floreali, motivi a lambrecchini o a tagliatella. I decori, pienamente in adesione al lessico Luigi XIV di norma non disdegnano retaggi barocchi, quali mascheroni o figure antropomorfe. La matrice formativa della mobilia laccata emiliana parrebbe individuabile in una riuscita commistione di direttrici venete e marchigiane, che ben si innestano sulla tradizionale partitura architettonica che in Emilia è di solida e ben strutturata dimensione, dimodoché il pittoricismo barocco risulta quanto mai idoneo a decorarne moduli e partiture. In particolare a Bologna è frequente l’inserimento di protomi muliebri, un “motivo firma” che fin dal cinquecento orna gli arredi felsinei. Negli esemplari di maggior rilievo i riquadri sono vivacizzati da figure allegoriche e trionfi floreali, con fregi lumeggiati in oro. Nel modenese si preferiscono fondi a tempera bianca, allietati da peculiari mazzetti di rose. In generale la laccatura di preferenza orna armadi, panche, dispense, tavoli da parete e piani, sovente risolti in emulazione a effetti marmorei.

In Romagna la mobilia laccata è nobilitata da studiate campiture disposte in alternanza di colori dominati da tinte gialli e verdi o ocra rosso e marrone. Si nota inoltre una generale adesione a tinte scuro brunastre solo perimetrate da inserti bianchi. Numerosa mobilia è laccata a marezzatura e in particolare questa regione si distingue per il ricorso all’uso di bruniture, che su manufatti in pioppo, olmo o abete stempera la frequente presenza di pannelli bugnati. La brunitura consisteva nella verniciatura delle parti lignee con patine oleose a base di bitume, profusa in gran quantità, tanto da costituire strati fortemente ispessiti. Anche in Romagna, come in Emilia, si riscontra l’insistita presenza di panche o cassapanche laccate a scenografia barocca, una moda che conosce il suo imprimatur nelle Marche.

Le Marche hanno mobilia e complementi d’arredo (in particolare porte, camini e mantovane)  ornati da gran varietà di fondi e decori, la cui codificazione stilemica discende da prototipi romani. Colori verdi, azzurri e gialli ocra affollano fondali poi decorati a valenza floreale, profilati entro cornici scandite da dorature a foglia d’argento, quando non meccate. Qui l’interpretazione del magniloquente linguaggio figurativo barocco assume un tratto regionale che si impronta al contenimento dei moduli ornamentali e esprime una produzione dominata da linee geometriche, che si traducono nel frequente utilizzo del motivo a losanga. Pur essendo in ambito provinciale, ragione per cui nelle Marche la mobilia palesa una sintassi architettonica non esente da disarmonie che anche nel decoro esita marcati scadimenti, in generale gli arredi picti risultano di autonoma e riuscitissima invenzione, soprattutto in manufatti vicini geograficamente all’area partenopea. Tra i capolavori di questo periodo è da segnalarsi il pulpito-confessionale della chiesa di Sant’Agostino a Fabriano, posto in opera nel 1703 da maestro Giovanni Antonio, che nel consueto lessico tardo barocco indulge in intagli dorati su fondi dipinti color avorio.

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