Giovedì, 09 Settembre 2010
Stile Liberty
Storia del mobile in Italia

Stile Liberty
(Dal 1895 al 1918)

Verso la fine del secolo si registra, quasi improvvisa, una generale protesta contro l’Accademismo Eclettico imperante, deridendo i goffi plagi degli stili del passato e la produzione di massa, contribuendo a diffondere i primi germi di una nuova estetica.

Artisti in ogni campo ora plaudono alla creazione di oggetti semplici e funzionali, originali e logici nel modulo costruttivo e nel contempo di raffinata esecuzione.

In Francia, in Inghilterra, in Scozia, in Belgio, in Austria e in Germania pulsioni verso questa nuova concezione di vivere l’arte sorsero quasi all’unisono, seppure indipendenti. Tuttavia fu a Monaco che la nuova estetica assunse importanza di primo piano. Il periodico Die Jugend fondato da Georg Hirth nel 1896 fu il battistrada che indicò per primo il Jugendstil (Stile Giovinezza), che nei fatti anticipa la grande stagione del Liberty. In Inghilterra trovò facili radici nel movimento Arts and Craft con particolare vocazione a esaltare le tradizioni artigianali sopravvissute all’industrializzazione massificante, mentre la Scozia con C. R. Mackintosch seguì sperimentazioni del tutto indipendenti. Altro centro di primario interesse per la codificazione del nuovo spirito moderno fu Vienna, con Klimt e Olbrich che nel 1897 vararono la Secession Art.

Di grande portata, anche se tardivo, fu il contributo della Francia, che nella figura di Emile Gallé trovò uno straordinario divulgatore di forme nuove, votate al naturalismo e tuttavia imbevute di Rococò con stilizzazioni operate nella consapevolezza della grande tradizione artistica dell’estremo oriente. L’artista, che nel fondare la Scuola di Nancy impose all’attenzione generale il nuovo gusto Floreale, seppe anticipare i nuovi tempi fin dal 1886, come ben dimostra il cabinet intarsiato oggi nella Galleria Mazzoni a Firenze.
Altri ebanisti resero grande lo Stile Floreale, tra i molti menziono Louis Majorelle, Eugène Vallin e Jacques Gruber.

A Gallé spetta il merito di aver risvegliato nell’arte - nel nostro caso dell’arredo - quella dignità artigianale che già da lunghi anni giaceva dimenticata o sopita. Ravvivò il mobile di intarsi squisiti, talvolta bizzarri ma sempre in ossequio alla natura, ora assunta a protagonista indiscussa dell’equilibrio tra uomo e creato. Ridusse al minimo le finiture bronzee, nei suoi mobili già resi mirabili da una sperimentazione formale che teneva conto anche delle modificazioni delle onde luminose, nella marqueterie introdusse antichi proverbi, versi letterari, brani di poesia, questi manufatti vennero definiti meuble parlant e vivacizzarono di nuovi valori simbolici  la cultura della Vecchia Europa, ormai già vittima consapevole di un decadentismo ineluttabile.

Gallé e altri spiriti liberi seppero per un breve istante rianimare un’intellighenzia che percepiva i presagi della fine di un mondo abitato da valori antichi che presto sarebbero stati spazzati via dalla tragedia della prima grande guerra e dalla rivoluzione bolscevica. Mi dilungo brevemente dando vita a sue stesse parole, in omaggio a un vecchio fantasma che di tanto in tanto amo evocare: “Il senso della decorazione risiede tutto nell’opposizione voluta tra la resa degli oggetti tangibili e certe visioni di cose supreme, quelle cose lontane che si desiderano e che è necessario indovinare”.

Lo stile Liberty - con il quale generalmente si suole definire l’intera produzione eseguita nell’arco compreso tra l’ultimo decennio dell’Ottocento e i primi vent’anni del Novecento – nella realtà in Francia assunse il nome di Art Nouveau, in Austria di Secession Art, in Germania di Jugendstil, in Inghilterra di Modern Style, in Spagna di  Arte Joven,  in  Italia di Floreale.  Il termine Liberty mutua  la sua dizione  da un negozio aperto a Londra da Arthur Lasenby Liberty nel 1874, specializzato nella diffusione di oggetti provenienti dall’Estremo Oriente e nella produzione di stoffe e tessuti, il cui tratto peculiare era caratterizzato da disegni stravaganti e d’avanguardia. L’insegna “Liberty and Co.” di questa ditta divenne ben presto sinonimo di bizzarro, curioso, anticonvenzionale, per estensione questo concetto fu poi utilizzato per designare tutto quel periodo artistico, in senso ovviamente dispregiativo.

Certo è che in quegli anni di Belle Epoque, la borghesia era quanto mai incline ad accogliere nuove forme d’arte e d’arredo che finalmente emancipassero il quotidiano da quelle forme stucchevoli e per certi versi lugubri che avevano invece contraddistinto la produzione eclettica. In Francia, l’Art Nouveau prese nome dall’insegna del  negozio che  aprì Samuel Bing  nel 1895 a Parigi,  intorno  a  questa  curiosa  figura di
imprenditore, si radunarono  artisti del calibro di Bonnard, Pissarro, Seurat, Toulouse-Lautrec e nella grande Esposizione Universale di Parigi del 1900 la ditta Bing registrò un successo a dir poco strepitoso. In controtendenza al naturalismo floreale perorato da Gallé, l’atelier di Bing spicca per un estremo rigore lineare, ogni compiacenza decorativa viene assottigliata ai minimi termini, e si perviene a un’eleganza tanto incisiva quanto spoglia. Con Alexandre Charpentier e il suo gruppo “L’Art dans Tout” l’arredo si ridelinea secondo orientamenti formali che inneggiano all’astrattismo e ormai preludono all’Art Decò, una tendenza che trova consensi e conferme anche nella produzione a secca geometria lineare di Plumet.

Altre nazioni parteciparono attivamente alla creazione di fermenti Liberty, si pensi agli stati tedeschi con personalità di punta come Bernhard Pankok, August Endell o Joseph Hoffmann, al Belgio con Gustave Seurrier-Bovy o con un gigante come l’architetto-designer Henry van de Velde, capace di inventare arredi che ancor oggi sono di una modernità più che attuale, la Spagna trovò in Antonio Gaudì il suo interprete più controverso e fantasioso. In Italia il Liberty “Floreale” trovò tarda diffusione, conseguendo solo raramente contributi e apporti degni di un qualche rilievo internazionale. La prima opera significativa data al 1901: è Palazzo Castiglioni a Milano, ideato dall’architetto Giuseppe Sommaruga, ispirato alla corrente Art Nouveau francese. Nel 1902 Raimondo D’Aronco realizza i padiglioni dell’Esposizione di Torino, in aperta adesione a pulsioni viennesi venate da commistioni orientaleggianti, mostrando affinità con l’operato che Ernesto Basile nel medesimo anno firma per l’esposizione di Palermo. Sempre a Palermo la manifattura Ducrot, in collaborazione con Basile, pone in opera i rinomati arredi destinati al Grand Hotel Villa Igea. Nel campo delle arti applicate si distingue la società bolognese “Aemilia Ars”, il gruppo fiorentino “Arte della Ceramica” e in particolare i mobilieri milanesi Eugenio Quarti e Carlo Bugatti.

Per riassumere brevemente le formulazioni che più nitidamente ebbero fortuna in un così vivace periodo artistico, si memorizzi la seguente breve scaletta stilistico-temporale, relativizzata all’impatto che il Liberty sortì nella nostra penisola:

1) Tra il 1890 e il 1910 ebbe vasta eco mobilia orientata alle mode imposte in Francia, con arredi informati al gusto floreale-naturalistico, caratterizzati da formulazioni stilizzate e agitate da linee a “colpo di frusta” o “a nuvola di fumo”, mentre il decoro si mantenne sempre su elaborazioni floreali e più raramente zoomorfe.
2) Tra il 1910 e il 1920, il gusto mutò radicalmente, venne ridotta al minimo l’applicazione di intagli floreali e la volumetria della mobilia si concentrò in direzione di un moderato linearismo geometrico.

Relativamente  alle  datazioni   proposte,  lo  scrivente  in  questa  sede  ritiene
indicativo precisare come anno d’inizio della stagione Liberty l’apertura del negozio di Bing a Parigi nel 1895 e fissarne la fine con la conclusione della prima guerra mondiale, nel 1918.
Certamente fin dagli inizi della nona decade dell’Ottocento si scorgono indizi e pulsioni significative che nel loro insieme concorrono poi a tributare il successo che si segnala già conclamato nel 1895, è del resto vero che il Liberty riscuote ancora forti simpatie intorno agli Anni Venti, ma è parimenti dato di fatto ineludibile che già all’indomani della Grande Guerra le nuove tendenze dell’Art Déco sono recepite e affermate.

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