Giovedì, 09 Settembre 2010
Evo Gotico
Storia del mobile in Italia

Evo Gotico
(Dalla metà del XII secolo fin oltre il chiudersi del XV secolo)

Nel Medioevo, la semplicità e la frugalità che caratterizzarono la vita e la precarietà per le lotte e le insidie di ogni genere non favorirono la produzione di arredi domestici tali da essere conservati con particolare riguardo, condizione indispensabile per salvaguardarli dai danni inevitabili dell’uso quotidiano e dagli agenti patogeni che aggrediscono il legno (umidità, muffe e tarli). A peggiorare questa già grave situazione non deve essere stata estraneo il giudizio del Vasari che, nel Cinquecento, ebbe a definire la produzione medioevale come il frutto di un gusto barbaro, giungendo a etichettarlo con il termine “gotico”, sinonimo dispregiativo che si è perpetrato sino ai giorni nostri a designare quella mobilia realizzata tra il XII e Il XV secolo.
Ben poco, di questi tempi ormai remoti ci è pergiunto. Gli esemplari  documentati di arredi medioevali ci sono noti in massima parte grazie alle testimonianze visive reperibili nei pur numerosi codici miniati originariamente custoditi nelle biblioteche abbaziali o grazie ad affreschi coevi, sovente lacunosi. Le fonti sono aride di notizie relative a nomi di carpentarii o di magister lignaminis che pur furono anch’essi epigoni della storia e delle forme. Si può tuttavia affermare che buona parte delle conoscenze tecniche pergiunte dall’età preromanica a quella gotica siano state in qualche modo “veicolate” dai magistri comacini o commacini (costruttori, carpentieri, lapidari, ecc.), operanti in periodo longobardo, tra il VII e il IX secolo, ricordati nell’Editto di Rotari (643) e nel Memoratorium (713) attribuito a Grimoaldo o a Liutprando. I maestri com’acini rielaborarono motivi di provenienza ravennate, modi costruttivi e decorativi della tarda antichità e dell’età paleocristiana, contribuendo in modo determinante alla conservazione di una tradizione tecnica e formale altrimenti perduta.

Intorno alla metà del XII secolo, fenomeni congiunti di stabilizzazione socio-economica portarono al rifiorire delle attività commerciali e edilizie, contribuendo alla formazione di poli cittadini di portata significativa. Fu per l’Europa il primo risveglio, da un letargo che perdurava fin dal crollo dell’Impero Romano, nel lontano 476 d.C.
E’ in particolare nell’Ile-de-France che germogliano i semi di quel vasto movimento artistico e culturale che oggi denominiamo come Evo Gotico. In parte origina dallo strapotere che l’architettura assunse in relazione alla pittura, alla scultura o alle arti decorative, anche se è bene tenere presente che nel Medioevo non si ravvisa alcuna distinzione tra architettura e arti applicate: sono entrambe artes mechanicae (solo nel XVI secolo si opera la distinzione tra arti maggiori e arti minori). Ebbene, l’introduzione di elementi quali l’arco a sesto acuto, volte a crociera innervate su potenti costoloni, contrafforti e archi rampanti o soffitti a vela, edificati nell’ossequio di una diversa logica statica e estetica, decretò una nuova formulazione visiva che nei fatti diede forza motrice al concetto primario di verticalizzazione formale, ponendo le basi per una “moderna” chiave di lettura della rappresentazione dell’Arte. Dal primo esempio del coro di Saint-Denis (1140-44) e fino alle cattedrali di Reims, di Chartres e di Notre-Dame a Parigi, fu certo la Francia che si rese protagonista di questo primo “Gotico Severo”, che non tardò  a  trovare  larga  diffusione  in  Germania  per  poi   lambire  la  nostra penisola,  che tuttavia, in ragione di radicate sopravvivenze romaniche e bizantine, mai recepì con diffusione integrale il nuovo “verbo” stilistico, anche in ragione del fatto comprovato che nel medioevo l’arredo italico fu di preferenza dipinto piuttosto che intagliato; è questa una considerazione apparentemente innocua, ma è tra gli elementi che più avanti ebbero a favorire lo straordinario successo dell’Umanesimo, piattaforma che di li a poco originò il Rinascimento. E’ d’obbligo un’ulteriore precisazione relativamente all’introduzione dell’arco a sesto acuto: non è pienamente accertato se tale innovazione germinò in ragione di secolari rapporti con l’oriente islamico o più verosimilmente venne recepito dopo la conquista normanna dell’Italia meridionale e della Sicilia nell’XI secolo.

Le arti decorative, e con esse il mobile, seguirono passo dopo passo lo sviluppo dell’architettura, assumendo come note caratteristiche timbri di leggerezza e di decorativismo verticalizzante, manifestando una certa qual eleganza formale che in breve portò la mobilia a meglio definirne e differenziarne la funzione di specifici oggetti d’uso. In un primo tempo l’arte lignaria fu predominio dei laboratori allestiti nei conventi o nei cantieri delle grandi cattedrali, fenomeno che originò la consuetudine per le maestranze specializzate in carpenteria  - quali i magister lignaminis e le loro botteghe -  di itinerare con spostamenti geografici anche significativi, con la conseguenza in questa prima fase, di irradiare uno stile omogeneo, una sorta di koiné figurativa. In seguito  - tra il Duecento e il Trecento -  l’affermarsi di nuove classi sociali quali l’aristocrazia e una ricca borghesia cittadina, incrementarono la richiesta di arti applicate, agevolando l’insorgere di nuove cellule operative, pienamente regolamentate nei vari ordinamenti delle corporazioni artigiane. E’ in questa seconda istanza formativa che si deve ricercare nell’arredo l’origine di un linguaggio figurativo differenziato: tra città e città si rileva una netta distinzione formale e costruttiva, che, almeno per quanto attiene l’Italia, diviene coerente e individuabile solo verso la fine del XIV secolo.
La nascita delle corporazioni in un tempo a noi così lontano ci consente di verificare come nella sostanza il mobile in assoluto più diffuso fosse il cassone. Illuminante in tal senso apprendere che nel 1254 Etienne Boileau, prevosto di Parigi, nel riorganizzare il sistema delle corporazioni cittadine, scisse in diverse categorie i falegnami dai costruttori di cassoni. E’ fenomeno peraltro spiegabile se si pensa che in quest’epoca, almeno per quanto riguarda l’arredo laico, si attenda in primo luogo alla praticità e alla trasportabilità di un bene, nel caso specifico il cassone è d’impiego polivalente: funge da sedile, da tavolo, da contenitore di vestiario, di masserizie o beni preziosi, da letto e perfino da bara, come documenta l’interessante esemplare oggi al museo Correr di Venezia, che nel 1266 fu asservito all’uso di sarcofago onde contenere le spoglie della beata Giuliana. Pari esigenze funzionali limitarono l’adozione di tavoli, composti da semplici assi che alla bisogna poggiavano su cavalletti poi velocemente asportabili.

Tra il XII e il XIII secolo sono i soli contesti ecclesiastici che dispongono di dotazioni d’arredo integralmente lignei e in buona parte strutturati nelle tipologie perpetuate fino ai giorni nostri: nelle basiliche e nelle cattedrali si potevano ammirare pulpiti e cattedre sovente di dimensioni monumentali, con cori a grandi emicicli di postergali appaiati, al cui centro campeggia il caratteristico badalone  munito di colombaia  a leggio, né mancano panche, sedili, segette e grandi credenze o banconi porta paramenti, allocati in genere nelle sagrestie. Le biblioteche sono affollate di tabulae scriptorialis, di armadi preposti alla custodia delle pergamene o di codici miniati, e altro ancora. Sono tempi, come già si è detto, che produssero mobilia nella peculiare foggia che è propria dello Stile Severo, formulata a struttura verticalizzante ma sottesa a moduli puliti e lineari, ingentilita da lievi decori “a rosetta” o “ad archetto cuspidato”, con fasciame ornato da moderate centinature o al più con specchiature animate da motivi “a pergamena” o “a graticcio”. Esemplificativo di questa tipologia è il letto medioevale, che va tipizzandosi con l’adozione di un’alta testiera, che con l’aiuto di mensole o colonnette, a reggere il capocielo. Tra i cori trecenteschi va segnalato quello del duomo di Orvieto, capolavoro del senese Giovanni Ammanati (1305-1340), posto in opera da maestro “Vanni” e dalla sua bottega tra il 1331 e il 1340, e definitivamente ultimato solo nel 1449.

Se come si è detto il contributo che l’architettura determinò nell’evoluzione strutturale del mobile Gotico Severo risulta evidente,  nondimeno l’arte orafa ebbe parte incisiva nel processo che lentamente trasformò lo Stile Severo in Gotico Internazionale Fiorito. Tra il XIII e il XIV secolo, l’arte metallurgica conobbe straordinaria fortuna, imputabile alla committenza ecclesiastica che in quei secoli lontani rivolse singolare attenzione nell’ostentare - entro adeguati contenitori - le insigni reliquie. Il reliquiario acquisì nel tempo sempre maggior ricchezza: plasmato in oro o argento, ornato da smalti cloisonné o champlevé, impreziosito da niello o ageminato alla damaschina, rifinito a sbalzo e a traforo, a cesello o a bulino. Arche, pissidi, ostensori, calici e quant’altro in breve videro le proprie superfici ornarsi di svolazzanti pinnacoli, finestrelle archiacute, figure a tutto tondo, con una magnificenza senza pari. Nel contempo, anche gli edifici si decorarono di timpani, pinnacoli e trabeazioni con scultorei ornati a valenza floreale o zoomorfa. Analogo processo fu in breve assimilato dai maestri d’ascia, che ben presto si differenziarono anche nella specialità dell’intaglio, in un primo tempo a bassorilievo minuto e raffinatissimo, sempre ispirato a stilemi ad archetti a sesto acuto, a singola monofora, a bifora o a trifora, e ancora pinnacoli, cuspidi, ogive, clipei (mutuati dai rosoni delle facciate delle cattedrali), losanghe, nodi di Salomone, girali spiraliformi o intrecci a graticcio, un repertorio figurativo vivacizzato da ornati desinenti in forma di svolazzi fiammeggianti di foglie d’acanto stilizzate, disposte talvolta a perimetrare blasoni araldici. Questa rivoluzione ornamentale avviene agli albori del secolo XIII, determinando la fine della fase detta di Gotico Severo, ove la mobilia era ancora per lo più di tipo foggiato e priva di elementi ornamentali, per dar così luogo alla forma gotica detta di Stile Internazionale o Fiorito, la cui fortuna è dovuta in gran parte a mode veneziane, città ove fu possibile maturare un più stretto rapporto con la civiltà orientale, incline a rappresentare forme a stilizzazione floreale di singolare ricchezza. Solo sul fare del Quattrocento, si assiste all’introduzione nell’arredo lignario di elementi plastico-scultorei a tutto tondo, benché in Italia di norma si preferì la coabitazione tra ornato a intaglio e pittura. In puro stile Gotico Fiorito è il celebre coro realizzato dal maestro Giovanni da Baisio nel 1384 nella chiesa di San Domenico a Ferrara, su commissione di Tommasina Guarmonti, moglie di Azzo d’Este. E’ questo nell’Italia settentrionale il più antico e meglio conservato apparato ligneo giunto ai nostri giorni. Di grande rilievo è anche l’armadio da sagrestia della Cappella degli Scrovegni a Padova, che in origine era interamente dipinto, così come il completamento della sua struttura gemella ad angolo retto, decorata con formelle ogivali trilobate.

Verso la seconda metà del Trecento trovò diffusione (e fu un fenomeno specificatamente italiano) la tecnica dell’intarsio mediante utilizzo di tessere lignee incollate sul massello con mastici (o incuneate “a secco”) disposte a effetto geometrico; la sua origine è da ricercarsi nella tarsia marmorea e in ultima analisi alla tarsia musiva. La variante a commesso ornamentale nota come “tarsia alla certosina”, derivata dai monaci certosini dell’ordine di San Brunone, discendendo con ogni probabilità da artigiani moreschi attivi in Spagna, poi costretti a emigrare in Italia e più probabilmente in terra lombarda. Dapprima la tarsia trovò impiego nell’arredo ecclesiastico, per poi diffondersi anche alla committenza profana, presso la quale fu di gran moda fino alla fine del XV secolo. In quest’arte si distinse Siena, che vanta in Italia un primato di altissima tradizione, con formulazioni eleganti, scompartite e geometrizzate, ma di li a poco fu Firenze che porta questa tecnica a vertici insuperati: Benedetto Dei, nel 1472 annovera nella città gigliata ben 84 botteghe di legnaioli intarsiatori (tutte allogate in via de’ Tornabuoni e dintorni).
L’arte dell’intarsio “a toppo” in questa fase storica è coloristicamente ravvivata dai soli effetti chiaroscurali che si ottengono dalla disposizione alternata di legni chiari e scuri, con ombreggiature poi rifinite a tecnica pirografica (annerendo il legno con un ferro rovente) o scurita nei fondi con varie tecniche (a macero, ad acqua arsenicata, ecc.). Di quest’arte ci restano numerosi e insigni esempi, in particolare legati ai grandi cori a tutt’oggi visibili a decine, esemplificativo è quello della cappella del Palazzo Pubblico di Siena, opera di Domenico di Niccolò “dei Cori” (1363c. – 1450/53). In periodo tardogotico, la tarsia si orientò verso mode veneziane-damascene, favorendo l’incrostazione di elementi eburnei o in osso, come nei celebri e preziosi cofanetti dovuti alla bottega veneziana di Baldassarre degli Embriachi, dove tra la fine del XIV secolo e il primo decennio del secolo a seguire viene posto in opera il monumentale dossale con ancona a trittico che orna l’altare maggiore della Certosa di Pavia, esemplificativa testimonianza di stile Gotico Internazionale di lessico fiorentino, con 62 formelle intagliate in denti di ippopotamo, tra figurette iscritte nella predella e nei pinnacoli delle cornici, variamente intarsiate alla certosina.
Nel Quattrocento trovò largo impiego l’uso del motivo ornamentale detto “a pergamena” (noto anche col termine “a lenzuolo pieghettato”; il termine inglese corrisponde a linenfold, mentre in francese è detto à seviette). L’etimologia del nome è da ricercarsi nella città di Pergamo, centro ove intorno al II secondo secolo a.C. la pergamena trovò diffusione. La decorazione assomiglia a un foglio di pergamena accartocciato. Veniva normalmente eseguita a intaglio bassorilevato, trovando particolare applicazione in epoca tardo gotica. Ebbe origine nelle Fiandre, ma conobbe vasta fortuna in Francia e soprattutto in Inghilterra nel periodo Tudor; si diffuse anche in Italia, in particolare in ambito savoiardo-piemontese. In oggetti di lusso quali piccole scatole e astucci portagioielli venivano apposti fogli di pergamena oliata, spalmata con un leggero strato di colore a olio, generalmente a tinte porpora, azzurre o nere. Tra il secondo e il quarto decennio del XV secolo l’arte della tarsia alla certosina conosce il suo apice, articolandosi in cromatismi raffinati, dovuti alla consuetudine di tingere le tessere in bagni arsenicati, connettendo ai toppi lignei anche filettature in peltro, argento o acciaio.

La mobilia gotica è caratterizzata da una struttura massiccia, con parti lignee tagliate a forte spessore (solo nel 1322 ad Augusta fu impiantata la prima segheria ad acqua, un’innovazione che permise l’esecuzione di partiture di più leggere proporzioni in virtù delle mutate possibilità di tagli ora effettuabili a circa 4-5cm.). Le superfici a vista erano abilmente sgrossate a stondino e rese lisce dall’uso del vetro o della pietra pomice. I legni posti in opera per l’ossatura e lo scafo furono generalmente il noce, la quercia, il castagno, il cipresso, allora reperibili in grande quantità, tagliati in luna calante e stagionati a lungo, espedienti che certo limitarono l’insorgere di tarlo attivo; era inoltre consuetudine prevenire con bagni d’olio d’oliva o di cedro l’eventuale insorgere di deperimenti dovuti a funghi o altri insetti. Le diverse componenti lignee vengono assemblate lungo le pilastrate da incastri “a coda di rondine” di consistente dimensione, o trattenute da chiodature lignee transoniche, o più raramente con utilizzo di chiodature ferree (a testa quadra irregolare). Mensole e ripiani interni sono fissati a scassi rifilati entro le superfici interne dei fianchi; con frequenza si osservano schiene che presentano le assi appaiate l’un l’altra grazie a innesti a maschio e femmina opportunamente predisposti, e ancora si è visto come più tipologie d’arredo furono assemblate con montanti verticali interni agli angoli che, nel loro prolungarsi verso il basso, fuoriuscivano formando i piedi, conferendo così al mobile una maggior difesa dall’umidità. La colla nel mobile gotico non trova significativa applicazione se non per casuali applicazioni in cuoio o tela dipinta su parti lisce. Il mobile infine è lucidato con olio di lino e cera. Anche le serrature che prima dell’XI secolo erano essenzialmente lignee, conoscono in epoca gotica una straordinaria fioritura tipologica, divenendo parte non secondaria dell’ornamentazione del mobile, divenendo veri e propri bassorilievi figurati.
Nella tarsia le tessere erano di preferenza l’agrifoglio, la quercia nera, il ciliegio, il pero, il tasso, il bosso, il pioppo e il sicomoro.
In Francia fin dal Trecento si iniziò a lastronare i mobili con placcature lignee pregiate, privilegiando l’ebano, evenienza che in Italia si diffonde solo a partire dal Cinquecento.
Arredi dipinti con tempera all’uovo, pittura a olio, variamente rifiniti da sandracche o resine di garanza, lumeggiati o dorati a foglia aurea o a mecca, furono certo posti in opera con frequenza, come dimostrano numerosi codici miniati, tuttavia, la maggior parte di queste testimonianze del policromico universo medioevale è per la più parte irrimediabilmente perduto.

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