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La “lacca povera” nella calcografia remondiana

Contributo pubblicato in “Mobili dipinti”
(Tempera, Lacca ed Arte povera nelle botteghe italiane dal XVII al XVIII secolo)
Icaro Edizioni, 2004
AA.VV.


Introduzione.

La diffusione e la notorietà conseguente all’utilizzo della cosiddetta tecnica detta a lacca povera (o contraffatta) è conquista da assegnarsi a Venezia; tuttavia, la consuetudine di ornare mobilia o complementi d’arredo con incisioni ritagliate e dipinte risale almeno al Seicento.
A Parigi o a Augsburg è già in quel secolo segnalata la consuetudine di ornare le pannellature di mobili con calcografie colorate (di preferenza da apporsi sottovetro) fornite da stampatori locali.
Nella seconda metà del Settecento, il rinnovato interesse che la committenza accorda in generale alle cineserie e in particolare all’arredo laccato trova in Venezia terreno quanto mai idoneo per percorrere ogni sperimentazione intesa a contraffare i pregevoli effetti della lacca d’Oriente. Il depintore veneto, sollecitato dalla grande richiesta, mette infine a punto una procedura di veloce esecuzione, a costo contenuto, con risultati di evidente soddisfazione, tanto che la lacca povera veneziana diverrà un fenomeno che travalicherà gli stessi confini della Serenissima Repubblica. La tecnica posta in opera fu al contempo semplice e ingegnosa: ritagliando e incollando stampine (previamente incise e colorate su carta sottile) alla superficie lignea, bastò uniformare carta e supporto ligneo con ripetute stesure di sandracca, conseguendo un prodotto finito di corposa e rilucente nitidezza cromatica, tanto da simulare con efficacia l’ambita lacca orientale. Un successo inatteso? Certamente no: trae linfa vitale da una lunga consuetudine che da secoli vede Venezia in prima linea nell’uso di rifiniture pittoriche e decorative con impiego di vernici orientali, in particolare la sandracca; fin dall’epoca Luigi XIV in laguna si produssero arredi d’imitazione orientale con ornati rilevati (in pastiglia), poi laccati con vernici d’Oriente;  inoltre, nei domini veneti già da anni circolavano prontuari a stampa con figurine idonee a ornare, oltre che minuteria d’uso quotidiano, anche all’occorrenza mobilia di prestigio. Tra questi numerosi cataloghi, i più divulgati erano editi a Bassano del Grappa, nei tipi di Remondini. In questa produzione si deve riconoscere il più importante fenomeno di fioritura d’arte popolare verificatosi nell’intera storia della Repubblica di Venezia.


Genesi e storia della stamperia Remondini.

La fondazione della tipografia spetta a Giovanni Antonio Remondini (1634 – 1711), un mercante padovano trasferitosi a Bassano intorno al 1650. Tenace imprenditore, è un figlio del popolo, evenienza che lo pone in sintonia con le reali esigenze delle classi più umili. Senza perdersi in vane ambizioni artistiche coglie nel segno realizzando gran profitti con opere calcografiche destinate alla devozione popolare, che abilmente commercializzate conobbero repentina e vasta diffusione. Dal 1711 e fino al 1742 il figlio Giuseppe (letterato, poeta nonché raffinato collezionista di libri antichi) guida la ditta adeguandola a ritmi produttivi semi industriali, specializzandosi anche in tipologie satiriche a sfondo moraleggiante che andranno ad integrare l’ormai noto prontuario di immaginette devozionali (il cui largo successo fu anche dovuto all’abilità dei Remondini di legare la venerazione delle stampine con l’assoluzione di particolari indulgenze). Data alla conduzione di Giuseppe la fondazione di una scuola d’intaglio, diretta da Giuliano Giampiccoli, vera piattaforma di lancio per la formazione di generazioni di incisori. Parallelamente si inaugura la fabbricazione di cataloghi con carte dorate, inargentate e miniate (da legatura o da parati).
Nel 1750 i figli Giambattista e Giovanni Antonio il Giovane riescono  a iscrivere la manifattura alla fraglia dell’arte degli stampatori, con privilegio di editare nuove opere. Ne consegue per i Remondini nel 1751 l’impianto in Venezia di un importante libreria. Gli acquisti di lastre di rame incise onde tirare bulini e acquaforti ne attestano la lungimiranza commerciale, come dimostrano le consistenti acquisizioni di opere cinquecentesche durante la conduzione di Giovanni Remondini, o le tempestive acquisizioni delle matrici delle acqueforti di Canaletto, perfezionato intorno al 1772 da Giovanbattista Remondini.
Fin quasi sul finire del secolo, non senza rovesci, la ditta conobbe grande rinomanza, nonostante l’agguerrita concorrenza di calcografie straniere (francesi, tedesche e inglesi) e italiane (i Tesini, i Soliani di Modena), tanto che nel 1798 i Remondini potevano contare in Italia su canali di vendita affidati a oltre 1500 referenti, mentre in Europa (ma anche in Argentina e a Malta) ben 53 mercanti erano loro corrispondenti.
Il successo arride ai bassanesi in ragione di tirature altissime capillarmente diffuse con squadre di venditori ambulanti (porta a porta), con repertori iconografici che nel caso delle stampe “fini” erano continuativamente aggiornati al mutare di moda e costumi.
Fin dal 1766, le stampe erano pubblicate entro cataloghi autonomi, agevolmente raggruppate per formato: gli “imperiali” con soggetti sacri e profani entro ricche cornici a cineserie, le “francesine” o “mode” con oltre 1200 fogli di argomento vario, le “chinesi” destinate al ritaglio e all’uso nella decorazione a lacca povera e le “ventole”, che raccolgono soggetti profani (scene giocose, galanti, umoristiche, maschere veneziane, invenzioni bizzarre). Dal 1784 i cataloghi di vendita abbandonano la classificazione dimensionale e adottano un indice per soggetti, dove acquistano rilievo le stampe di traduzione dai soggetti settecenteschi e soprattutto dalla pittura contemporanea francese, inglese, fiamminga e italiana.
La grande stagione dei Remondini volge al tramonto poco dopo il 1797, allorquando Napoleone svende Venezia agli austriaci. Già nel 1820 il linguaggio laconico dei dati statistici registra la portata del dramma che prelude alla decadenza: i referenti per la commercializzazione sono drasticamente ridotti a 300 in Italia e 19 per l’estero. Nel 1820, alla morte di Francesco (privo di eredi maschi) la conduzione prosegue con la vedova Gaetana Baseggio, incapace di apporre decisivi e necessari cambiamenti, tanto che nel 1848 venne chiusa la filiale di Venezia.
 Data al 1861 la definitiva chiusura di stamperia e cartiera, con la conseguente liquidazione dei beni.


Lacca povera o contraffatta.

E’ in particolare tra il settimo e l’ottavo decennio del Settecento che diviene consuetudine in Venezia l’uso di stampigliare la mobilia con figurine incise ritagliate dai cataloghi remondiani, commercializzati in fogli da risma, poi abilmente laccati e rifiniti mediante la stesura di numerosi  strati di sandracca (fino a 18), a cui seguiva una paziente e accurata levigatura a spirito.
In anni precedenti la “lacca povera” ornò ogni sorta di minuteria d’uso quotidiano, dai lunari alle guantiere, e ancora tabacchiere, giochi, porta parrucche, carte da lettere, biglietti da visita o scatolette da toeletta per signora. La vasta produzione incisoria bassanesca che a pieno titolo appartiene al filone della stampa popolare, era idonea a diversificarsi nei soggetti e nei modi in ragione della diversa destinazione.
 Nel volgere di breve tempo, grazie al dilagare di mode inclini all’arte cinese, la lacca povera finì per ornare comò, specchiere e trumeau, trovando accoglienza anche negli arredi delle più blasonate aristocrazie veneziane. Si segnala l’utilizzo anche di incisioni a grande dimensione per pannelli, sovrapporte e paracamini.


La serie dei “Chinesi”.

Nel vastissimo repertorio rubricato dai Remondini è in particolare nella cosiddetta serie delle “Chinesi” (formato dei fogli cm. 20 x 28) che si ritrova buona parte della calcografia incisoria applicata su mobilia e oggetti d’uso, in minor misura si pongono in opera incisioni provenienti dalle serie delle “Francesine” o dagli “Assortimenti”. I soggetti (sebbene desunti da fogli delle “Chinesi”) sono diversificati: si spazia da scene di caccia (all’orso, al cinghiale, al cervo) a immagini di pesci, uccelli o farfalle, fiori o frutta; né mancano figurette ispirate ai costumi e al folclore di altri paesi, come nobili francesi abbigliati nella moda del tempo o pastori e contadinelle ambientati in paesaggi arcadici. E ancora scene di maschere o teatro, rappresentazioni di mestieri o frequenti cineserie che furoreggiano a partire dal sesto decennio del ‘700.
Le serie stampate sono condizionate da esigenze d’utilizzo pratico nelle dimensioni e nella forma, da cambiamenti di moda e nel gusto della decorazione. Questa produzione grafica, rivolta a un pubblico tutt’altro che popolare, trova caratteristica saliente nella continua modificazione dei moduli decorativi, riallineati ai mutevoli orientamenti di moda. Qualora le stampine risultano “incise alla nuova maniera punteggiata, detta a granito” (moda di gusto inglese), trovano descrizione nei cataloghi di vendita dei Remondini solo a partire dall’ultimo decennio del ‘700, per inoltrarsi poi fino al terzo decennio del secolo a seguire.
In generale si tratta di immagini desunte da fogli composti da diverse immagini, a forma rotonda o ellittica, rettangolare o a losanga, talvolta già colorate a pennello.
I temi ricorrenti verso la fine del XVIII secolo sono di repertorio galante, con Veneri, Cupidi o amorini in gioco, o ritratti o allegorie delle arti, in ossequio ai dettami di voga in epoca neoclassica. Verso la fine del Settecento compaiono paesaggi con rovine, bassorilievi classici, rocailles a soggetti mitologici, lapidi, urne e sarcofaghi. Agli inizi dell’Ottocento si nota l’introduzione di immagini caricaturali e giocose (il parrucchiere, lo speziale, la zingara, arlecchini o giochi, frequente l’altalena e la mosca cieca).
Se la foggia ornamentale si predispone a recepire moduli decorativi desunti dalla temperie neoclassica o postrivoluzionaria, il mobile veneziano mostra una volumetria e una configurazione formale ancora tenacemente radicata alle mode rococò, dimodoché curve e bombature rimangono sinuose o ardite, così come le partiture risolte a intaglio indorato, ancora conformi alle capricciose modulazione rocaille, mentre nelle sole immaginette incise e nei colori di sfondo si percepisce il sentore dei nuovi tempi.


Repliche calcografiche.

Identificare correttamente la grafica edita a Bassano del Grappa da quella coeva stampata a Parigi o a Augsburg, a Roma o in Tirolo o finanche in Inghilterra è impresa ardua, poiché è noto e accertato che gli stessi Remondini si macchiarono di plagi perpetrati ai danni di altre calcografie, ben documentati dalla storiografia ottocentesca che narra di processi estenuanti vinti anche grazie all’appoggio di una certa aristocrazia compiacente (e forse prezzolata). Se i Remondini furono abili nel condurre il loro gioco, la concorrenza non fu da meno.
Peraltro, già intorno al 1780 si assiste a una diaspora di incisori attivi a Bassano, che si disperdono lungo tre principali direttrici: Roma, l’Inghilterra e la Russia, un fenomeno destinato a moltiplicare la replica di derivazioni iconografiche condotte in stretta similitudine con i modelli originali, quando non ingenera la diffusione di veri e propri multipli.
Il problema si infittisce se si medita l’evenienza che ancora verso la fine dell’Ottocento esistevano sul mercato grandi quantitativi di giacenze invendute stoccate a peso di carta, provenienti dalla frettolosa liquidazione dei beni della ditta avvenuta nel 1861. Così nel 1893 accadde a Achille Bertarelli (poi studioso dei Remondini) di comprare ben tre quintali di stampe di fondo remondiano dal cartolaio Mengazzi per 350 lire!). Dunque i falsari attivi fino agli anni venti del Novecento ebbero facile accesso a grafiche originali. Si è ragionevolmente stimato che le falsificazioni di mobilia e complementi d’arredo eseguiti in lacca povera già negli anni citati “inquinarono” il 20% della produzione complessiva originale.

I contributi alla ricostruzione del corpus grafico dei Remondini datano fin dall’Ottocento. In tempi recenti si segnalano gli studi di Paola Marini (1990) e di Carlo Alberto Zotti Minici (1988 e 1994).