Agli inizi del secolo la mobilia mantiene inalterati i tratti peculiari tipici dell’ultimo quarto del Quattrocento. Ma a partire dal secondo decennio, sopraggiungono le prime novità: Andrea Marchesi da Formigine si rese interprete di una svolta, abbandonando definitivamente nell’intaglio ogni formulazione tardo gotica, ancora in voga presso gli intagliatori attivi in regione: elaborò decori e proporzioni in chiave compiutamente umanistico-rinascimentale, restituita con finezza e improntata al naturalismo. Le tematiche care a Andrea da Formigine, elaborate nella sua affollata bottega, si ritrovano anche a secolo inoltrato in elaborazioni di maggior impegno plastico di impronta manierista, fra cui alcuni cassoni ascrivibili al bergamasco Alessandro Bigni, attivo a Bologna.
Nella città felsinea, dopo la cacciata dei Bentivoglio, si è radicato un gusto di estrazione borghese, che fino alla fine del secolo si esplica in formulazioni che privilegiano un arredo civile permeato da tratti rustici, una mobilia foggiata e improntata a una corposa volumetria scevra da ostentazioni di lusso, con paralleli che trovano riscontri negli arredi del nord Europa, dove prosperava una società mercantile e artigianale simile a quella bolognese. Ne consegue una tipizzazione quasi standardizzata che conferisce agli arredi locali caratteristiche stilemiche che si protrarranno prive di significative mutazioni quasi fino agli ultimi decenni del Seicento. Sono tavoli, credenze e piccoli arredi come i deschetti, di cui fra Damiano da Bergamo ancor oggi ci lascia testimonianza visiva in una tarsia su una porta della chiesa di San Domenico. Sarà sempre fra Damiano che in città realizza il celebre tavolo oggi a Palazzo Guicciardini a Firenze e donato appunto al Guicciardini in occasione delle sue nozze con Maria Saviati: per ricchezza e bellezza è tra i capolavori di ogni tempo. L’attività dello Zambelli in città, ove operò tra il 1528 e il 1549, esitò una sorta di rinnovamento della tecnica e del gusto della tarsia: la rigida dicromia derivata dall’uso dell’avorio e dell’ebano, gli intarsi geometrici alla certosina e l’imitazione dell’effetto del mosaico che caratterizzavano i lavori quattrocenteschi, vengono abbandonati in favore di scene realistiche, brani di vita cittadina, figure vivaci in movimento, nature morte, e in generale un piccolo mondo animato, pieno di poesia e di particolari attraenti e minuziosi, rappresentato con varietà di colori ottenuti con legni tinti, e ombreggiature verosimili per mezzo di una nuova tecnica.
La mobilia in questo periodo monta piani di notevole spessore contraddistinti da forti aggetti laterali, le formelle e le specchiature sono di forma rettangolare e solo nel secolo successivo accennano a smussarsi negli apici; le gambe sono a sezione quadrata negli esemplari di minor rilievo, tornite a boccia, a pilastrino, a vaso, a balaustra, a trottola nei modelli di maggior impegno, ove è possibile cogliere mutuazioni lombarde di ascendenza spagnoleggiante e altre di derivazione toscana. La decorazione è talvolta affidata a bulle in ottone, di varia forma, applicata a guarnire credenze, piattaie madie e arcili, un vezzo che trova particolari riscontri anche in Romagna. La sedia, il seggiolone e la poltrona, a Bologna come in tutta la regione, quando si presenta impreziosita da intagli e da cartelle sagomate è elemento che ne sottolinea la funzione da parata e spesso mutuano le forme da modelli veneto o lombardi, in consonanza alla moda spagnola, che in regione trova larga diffusione specialmente nella tinteggiatura a nero della mobilia.