Domenica, 05 Febbraio 2012
Il Settecento a Parma e Piacenza
Storia del mobile in Emilia

Il nuovo secolo si apre nel ducato farnesiamo ancora fortemente all’insegna della stagione barocca, e si colgono gli influssi della lezione di Giacomo Bertesi. Se ne ravvisano tracce significative nel soffitto della sala della Rocca di Soragna, intagliato nel 1701 da Giuseppe Bosi, nella cornice dell’altare della chiesa di san Fermo a Piacenza, eseguita da Odoardo Perfetti nel 1711 e nella mobilia ascritta allo stesso Bertesi e a quella ove si legge la mano di Bernardino Barca. Parma e Piacenza, a partire dal secondo quarto del secolo, ebbero fruttuose contaminazioni anche da Genova e da Torino, dove la lezione delle opere di Filippo Parodi trova notevoli riscontri e applicazioni locali. Nel 1748, l’arrivo dei Borbone nel ducato segnò l’inizio di un generalizzato fenomeno di innovazione delle residenze di corte. La presenza di mobilia francese trasferita per arredare i palazzi ducali, determinò anche nelle case dell’aristocrazia locale l’adozione di arredi con decorazioni a tarsia sovente impreziositi da guarnizioni bronzee dorate, e per gli esemplari di minor rilevanza il decoro è demandato all’intaglio a sgorbia che introduce specchiature a cartouches che si ispirano a modelli piemontesi e provenzali. Un nuovo mutamento di gusti coincide con la presenza della duchessa Louise Elisabeth, che dalla reggia di Versailles aveva derivato un gusto raffinato e incline alle novità alla moda di gusto rococò che tuttavia a Parma ebbe breve durata. Due figure furono determinanti alla realizzazione di un nuovo e ambizioso progetto di riordino: il ministro Du Tillot, sostenitore delle più moderne teorie illuministe e collezionista di gusto raffinato e di Ennemond Petitot, decoratore e architetto tra i più fervidi sostenitori dell’antichità classica e rinascimentale, le cui innovazioni determinarono un definitivo allontanamento dal gusto rocaille, sottolineandone il ruolo di antesignano precursore del neoclassicismo emiliano. Le tavole della Mascarade à la Grécque e della Suite de vases saranno la fonte d’ispirazioni delle nuove generazioni di decoratori, stuccatori, ornatisti e intagliatori. Ebanisti come i francesi Michel  Poncet e Marc Vibert, il fiammingo Michiel Drugman e intagliatori di corte come Ignazio Marchetti e Odoardo Panini operano alle dipendenze del  Petitot, che nel parmense per primo introduce elementi ornamentali come teste d’ariete, corone d’alloro, figure alate, greche, ghirlande. Celebri saranno gli arredi eseguiti nella reggia di Colorno, ora dispersi. Tra il 1766 e il 1768 vengono realizzate le scaffalature della Biblioteca Palatina, una delle poche realizzazioni ispirate a progetti del Petitot ancora in situ, insieme agli arredi della chiesa di San Liborio a Colorno. Il Marchetti, intagliatore di corte fin dal 1769, esegue numerose opere di rilievo nelle chiese parmensi, rinomata testimonianza ne è l’oratorio De Rossi in San Quintino. Odoardo Panini occupa un posto di primo piano fin quasi alla fine del secolo: a lui sono da ascriversi l’ancona e l’altare eseguiti in San Pietro, le cantorie e l’organo in Santa Croce, che datano al 1785, i candelieri, vasi e pulpito per la Madonna della Steccata, le placche portacero (su disegni del Callani) per la cattedrale.
Tipica nella mobilia parmense è l’adozione di una forma ornamentale che è da ritenersi come una vera e propria “firma”: motivi “a cartella” applicati o più spesso intagliati a sgorbia sul legno massello, che entrarono anche in gran numero nelle case della borghesia locale.
L’elevato livello qualitativo e formale che contraddistingue la produzione del secondo settecento, trae origine anche dalla costituzione, nel 1765, della Scuola di Disegno e Architettura, la cui frequenza era obbligatoria per coloro che volevano  essere iscritti all’Arte: si formarono così nuove generazioni di ebanisti altamente qualificati.
A Piacenza, al contrario, il gusto rocaille avrà lunga applicazione, con un’ornamentazione raramente trattata a sgorbia su massello. I mobilieri locali, fra i più noti si ricordano Pietro Canavesi e Luigi Cardinali, si specializzano in una produzione eseguita a commesso ligneo, con intarsi a disegno esile e diradato, svolto ritmicamente intrecciando forme vegetali a elementi nastriformi con un eleganza ancora affina al gusto barocchetto. Nella produzione piacentina della prima metà del secolo sono caratteristici gli armadi di struttura massiccia, ornati di riquadri e ricchi di fregi, tipiche anche le panche da anticamera, sovente decorate con pitture a carattere illusionistico. In seguito, Piacenza è dapprima contaminata dalle vicine realizzazioni di ebanisti piemontesi e lombardi e nella fase neoclassica si esprime con repertori decorativi mutuati dalla lezione del Maggiolini, trattati sovente con rigore geometrico e con mobili di dimensioni particolarmente contenute se rapportate alle produzioni limitrofe.

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