Domenica, 05 Febbraio 2012
Il Settecento a Ferrara
Storia del mobile in Emilia

Intorno al 1730-1740, la vicinanza con Venezia, che in quel momento era la città più moderna ed “europea”, contribuì a formare un singolare fenomeno artistico di eccezionale raffinatezza: i mobilieri locali interpretarono i modelli veneziani con una grande felicità d’invenzione e con un morbido e sciolto plasticismo, mediato da una diversa restituzione volumetrica, in maggior adesione al gusto emiliano, che tradizionalmente si mantenne meno leggiadro o capriccioso rispetto all’arredo francese o veneziano.
La presenza della dominazione pontificia ben si ravvisa anche nella mobilia settecentesca, per l’adozione di pilastrate ornate alla romana e per certe soluzioni strutturali, ma è questo un retaggio che meglio si percepisce per gli arredi aventi committenza ecclesiastica.
L’uso diffuso di radiche di noce di selezionata e pregiata varietà locale, crea effetti decorativi in perfetta simbiosi con il profilo modulato della struttura. Nei mobili di maggior pregio, le belle radiche venate furono utilizzate anche per creare le cornici sagomate degli zoccoli, delle calatoie, dei cappelli e finanche delle profilature di testa delle catene, queste ultime spesso sagomate “a coda di toro”. Ferrara sviluppa  una singolare tipologia di scrittoi muniti di sopralzo a cassettiera, che non trova riscontro a livello regionale ma dove si ravvisano riferimenti francesi; in taluni casi questi esemplari sono di straordinaria bellezza formale. Tipicamente locale è il caratteristico piede a prosciutto, sovente “firmato” per la presenza di lati unghiati.
Soprattutto a partire dalla seconda metà del secolo, la mobilia presenta la fronte mossa da sagomature, a comporre la caratteristica foggia detta “a balestra”. Il trumeau, monta cimase che sempre mantengono un forte timpano verticalizzato, a ripetere motivi cari all’architettura locale. Benché influssi di mode francesi e veneziane risultino evidenti, molto di rado si notano nel ferrarese mobili arricchiti dall’uso di lacche e dorature.
Nell’arredo liturgico che lungo l’intero secolo raramente si concede apertamente a una chiara metrica rococò, preferendo espressioni piuttosto modulate dalle linee barocchette e talvolta di ispirazione romana, tra gli artefici di maggior spicco attivi in città è da segnalarsi l’intagliatore Antonio Cozzetti, monaco Domenicano, che nel 1739 realizza con gusto classicheggiante i rivestimenti lignei della Cappella Canani in San Domenico; da sottolineare anche la bottega dei fratelli Baseggi, il cui capolavoro è il coro della chiesa di San Giuseppe.

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