(Dal 1770c. al 1790c.)
Lo stile Luigi XVI precede di molti anni l’avvento al trono del sovrano da cui deriva il nome. Origina dal rinnovato interesse per la cultura classica dovuto al grande clamore che in Europa suscitarono i reperti archeologici riportati alla luce negli scavi di Pompei e Ercolano, iniziati tra il 1748 e il 1752. Non a caso lo spettro cromatico che caratterizza l’arcobaleno pittorico neoclassico è profondamente imbevuto di tinte pompeiane.
La rinnovata prevalenza della compostezza delle forme geometriche che caratterizzano la mobilia di questo periodo, viene accolta come un salutare antidoto alle formulazioni più libere e capricciose imposte dai dettami rococò, ormai degenerato in rutilanti esercizi di bizzarria. Il passaggio dal genere pittoresco al gusto greco non discende da scelte esclusivamente formali, ma piuttosto da un preciso orientamento ideologico in base al quale la civiltà greca e quella romana assurgono a paradigma di ogni perfezione etica a estetica.
Nelle arti decorative, la nuova moda non traduce in Italia mere imitazioni: la fantasia dell’artista opera libere interpretazioni desunte dagli esempi del mondo greco-romano, etrusco o egizio, da cui solo la metrica architettonica viene riproposta con stretta osservanza. In tal senso, si osservi come solo a partire dal 1770/80 si assiste al tramonto della fioritura pittorica a intarsio, in favore di modelli dove prevale l’ornato geometrico.
Già intorno al 1775 trova consenso un arredo improntato a un gusto più sobrio, anche se sempre di raffinata esecuzione e attento ai più minuti dettagli, confermato nel rigore geometrico dell’ornato e modellato sulla nitidezza dei volumi. Il rigore lineare, esita nella mobilia un gusto incline all’astrattismo e al protofunzionalismo, dominato da tinte tenui.
In Italia, lo stile Luigi XVI trova naturale diffusione e da luogo a una tipologia del tutto peculiare. In un primo tempo si ama ornare la mobilia con colorazioni bruno-chiare, che ricordano i timbri cromatici delle essenze lignee più in voga. Campania, Toscana, Emilia e Lombardia sono le regioni che riescono a esprimere un’elevata scuola d’ebanisteria, con artisti destinati a legare il proprio nome alla storia dell’arte. Si pensi all’esempio di Giuseppe Maggiolini, protagonista della diffusione della “nuova maniera” tradotta a intarsi di mirabile riuscita che, grazie all’invenzione di particolari bruniture chiaroscurali dovute all’uso di sabbie arroventate, si aggiornano con il deposito del brevetto della tecnica detta “pittotarsia”. Nel 1788 il maestro presentò agli accademici milanesi un pannello pittointarsiato adombrato da bruniture a fuoco, la commissione non se ne disse persuasa e rimase del convincimento che tale artificio fosse il frutto dell’azione del pennello: Maggiolini fu costretto a raschiare l’opera con una lama, sbalordendo gli increduli.
Cenno distintivo dell’arredo italiano è l’uso delle caratteristiche gambe a piramide troncoconica innestate su moduli a geometria lineare, con piano, fianchi e pannelli centrati da eleganti decori a ornato geometrico o a rappresentazioni archeologiche, variamente intarsiate o dipinte a tempera, dove l’intaglio solo raramente giunge a lambire partiture come le pilastrate o la grembiulina.