Pare lecito supporre che gli studi sul Maggiolini siano di sterminata bibliografia. In verifica, si scopre che i contributi basilari si contano agevolmente sulle dita di due mani.
Risale al 1878 la biografia Genio e lavoro edita a proprie spese da don Giacomo Antonio Mezzanzanica, parroco di Albignano (figlio di quel Cherubino che già bimbetto fu alunno a Parabiago, divenendo poi l’erede naturale della bottega, alla morte di Carlo Francesco Maggiolini nel 1834). Segue poi la prima mostra celebrativa tenutasi a Milano nel 1938, mentre al 1953 data la monografia Il mobile intarsiato di Giuseppe Maggiolini a cura di Giuseppe Morazzoni (ristampata nel 1957). Gilda Rosa nel 1963 offre contributi di rilievo. Due anni dopo a Parabiago si tenne una mostra celebrativa, che risultò decisiva nel riaccendere i riflettori sull’artista e conseguì l’apertura del Centro Studi Maggiolini oggi di inevitabile riferimento (il merito va ricondotto all’instancabile passione del conservatore mons. Marco Ceriani). Nel 1969 Edy Baccheschi si segnala per uno studio pionieristico sull’imponente corpus dei disegni di bottega; lo stesso anno, Clelia Alberici in Il mobile lombardo ancora dal corpus dei disegni esplora nuove vie d’indagine e svela nuovi capolavori. Ne manca l’autorevole Alvar Gonzalez-Palacios, che tra il 1970 e il 1980, segna importanti novità sull’irto cammino degli studi maggioliniani. Infine, nel 1994, Giuseppe Beretti, in Giuseppe Maggiolini – L’Officina del Neoclassicismo offre un nuovo apparato monografico che con la metodologia critica tipica delle nuove generazioni, si impone come un poderoso (e brillante) sforzo che puntualizza quanto ai nostri giorni noto. Tuttavia, nella prefazione, altro studioso (non senza una bonaria vena d’astio) ricorda che solo il metodo acritico-storiografico mostra la retta via. E la vicenda artistica percorsa dai Maggiolini può dirsi ancora illuminata da fioche candele, il cui raro riverbero - se coglie a segno – mostra alla vista detonanti capolavori.