Martedì, 07 Febbraio 2012
Paradigmi comparativi
Giuseppe Maggiolini: "l'intarsiatore dei principi - il principe degli intarsiatori"

Di capitale importanza per la produzione maggioliniana giunge il corpus di oltre duemila disegni (schizzi, progetti, cartoni in scala uno a uno, ecc.) che costituiscono il fondo di bottega, acquisito nel 1882 dalle Raccolte d’Arte del Comune di Milano, comprensivo dei disegni di pittori, decoratori e ornatisti che collaborarono con l’atelier di Parabiago (oltre a varie opere incisorie appartenute al Maggiolini e al Manuale di vari ornamenti… stampato a Roma nel 1777). La menzionata summa è uno strumento di lavoro di fondamentale riprova, ma sibillino e ricolmo di tranelli. Se apparentemente consente di ricondurre un disegno al mobile di pertinenza, accade tuttavia che lo stesso disegno sia stato volte riutilizzato in epoche diverse. Non consente inoltre di individuare a chi spetti l’esecuzione dell’intarsio, i cartoni recano sovente l’indicazione del disegnatore, ma in ragione della firma spuria (probabilmente apposta dal personale operoso in bottega) rimane infine confusa l’autografia e quanto mai incerta la scansione cronologica.

A tutt’oggi sono note solo due lettere autografe del Maggiolini(17), dimodoché perfino la splendida scrivania di Vienna (tradizionalmente creduta dell’imperatrice Maria Teresa) ingenera addenda e controversie. La preziosa mole di notizie maggioliniane già si è accennato che origina dal libello biografico del Mezzanzanica: una fonte “trasversalmente indiretta” dell’epopea del celebre intarsiatore e dei suoi epigoni, con vicende e giudizi sine dubio da valutarsi con estremo interesse, ma gravati da inesattezze, campanilismo, iperbole e anedottica catto-romantica. La recente monografia del bravo Beretti conferma la fragilità delle conoscenze argomentabili e, nel suo primo interessante tentativo “sistematico” di distinguere la fase giovanile dalle opere del periodo aureo, da quelle di bottega, a quelle spettanti alla conduzione di Carlo Francesco (e a seguire di Cherubino Mezzanzanica), si prende atto dell’ancor esiguo numero dei manufatti ascrivibili al regesto maggioliniano, benché le ponderate e acute riflessioni dell’autore apportino contributi sostanziali e nuove aggiunte al regesto di evidente rilievo.

A infittire le tenebre e rendere problematiche le attribuzioni deve aggiungersi il moltiplicarsi all’epoca di botteghe che operano sulla scia della “nuova maniera” già in lessico compiutamente neoclassico, tipica di Parabiago, dove, fra i molti meriti acquisiti sul campo dal Maggiolini andrà ribadito anche il marcato imporsi nel rinnovamento della mobilia  lombarda in direzione classicheggiante, a scapito dell’imperante gusto barocchetto. Così, nel 1784, un tavolino eseguito dal virtuoso artigiano Giuseppe Colombo detto il Mortarino (firmato congiuntamente ai due figli) evidenzia la necessità in questa già avviata bottega di meditare una brusca svolta in chiave maggioliniana, a fronte di una produzione ben sperimentata ma ancora di insistita maniera rocaille. Nel Servitore di Piazza (anno 1791), a pag. 47 si rileva che intarsiatori come Epifanio Moreschi, Lodovico Beller, Carlo De Nava, Giovanni Farina e Giovanni Ripamonti orientano la loro produzione sulla “nuova maniera”.
I concorrenti del Maggiolini, relativamente all’aspetto tecnico-esecutivo non furono di valore a lui inferiore, come comprova l’evenienza che taluni loro arredi sono stati accreditati a Parabiago per lungo tempo(18). Come bene dimostra il Beretti: (1994, p. 88) “… si distinguono da quelli usciti dalla bottega maggioliniana, non tanto per un inferiore livello esecutivo, quanto piuttosto per una differente cifra stilistica dell’ornato, lontano dall’euritmia tipica dei modelli dell’Albertolli tradotti per la bottega da Giuseppe Levati. …”.
E che la concorrenza fosse agguerrita lo dimostra il fatto che taluni allievi operosi a Parabiago, ormai padroni dell’arte, poi uscissero dalla bottega per formarne una propria. Si pensi al valente Giovanni Maffezzoli (Cremona, 1779 – 1818), che intorno al 1791 è garzone presso i Maggiolini, per poi nel 1803 aprire un atelier destinato a grande nomea.

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Studi maggioliniani
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