E’ nella capacità imprenditoriale della gestione delle maestranze e nell’assoluto uniformarsi all’esecuzione dei progetti (variamente a cura del Levati o di altri rinomati disegnatori e ornatisti) che il Maggiolini diviene privilegiato interprete delle commissioni reali, sbaragliando una concorrenza poco agguerrita e sovente inaffidabile. L’ormai affermato artista di Parabiago si tempra nel nuovo verbo espressivo orientato su moduli neoclassici, divulgati a Milano dal Vanvitelli. Nel contempo, l’atelier va costituendo quel primo cospicuo fondo di disegni di “foggia moderna”: uno strumento di lavoro che si rivelerà di impareggiabile valore.
La bottega a questo punto è dotata di personale collaudato, e tra gli anni settanta e ottanta si impone, sbaragliando ogni rivale. Opere del Maggiolini finiscono alla corte di Vienna, di Praga, di San Pietroburgo, donate dall’arciduca Ferdinando, suo vero nume tutelare. Tuttavia, la produzione nota, ascrivibile a questo periodo, è ancora fortemente imbevuta di arcaicismi rocaille-sinizzanti di squisito timbro barocchetto, come ben esemplifica la strepitosa scrivania da centro detta di Maria Teresa, oggi a Vienna, o la commode delle Civiche Raccolte d’Arte Applicata di Milano(9), l’una e l’altra sagomate e centrate da ornati a medaglioni “alla guisa orientaleggiante”, riferiti a disegni di Andrea Appiani.
Il linguaggio figurativo del maestro pare in questa fase ancora svincolato da mode francofone, se non rilevabili nell’eco costitutivo. La redazione è improntata a schietta matrice lombarda, anche quando si cimenta in manufatti di timbro aulico. Qualche ammiccamento alla lezione del Petitot(10) allora attivo a Parma sembra invero possibile, ma filtrato attraverso conoscenze mutuate da contigue personalità artistiche operose a Milano.
Relativamente ai mobili provvisti di ingegnosi meccanismi cardanici, se è indubitabile tenere come riferimento principe l’operato degli ebanisti francesi, si tenga presente che non mancano consimili precedenti anche in ambito italiano. L’apprendistato presso il Coldiroli a Parabiago potrebbe essere stato determinante per l’inclinazione al congegno meccanico poi sviluppata dal Maggiolini (in particolare nei ben noti segreti).
Se il successo è formidabile e la vasta committenza di rango aristocratico (quando non reale) consente al Maggiolini di porre a buon fine svariati capi d’opera, entro la sua bottega non si disdegna la produzione di mobilia d’uso comune, in legno massello o lievemente adorna da circoscritte tarsie (sedie, poltrone, cornici, ecc.).
Nella mobilia di questo periodo si coglie il momento di transizione che sospinge l’artista a orientare i suoi interessi in favore della “nuova maniera”, facendo proprio il nuovo verbo neoclassico. Si pensi al tripode già compiutamente classicista (su disegno del Levati) donato dall’arciduca nel 1783 alla corte di San Pietroburgo(11).
Di lì a poco, giunge un clamoroso successo (registrato anche dalla stampa coeva) per l’esecuzione di un quadretto tradotto a intarsio, che l’entusiasta Ferdinando tanto ammira da costringere l’artefice a girovagare mostrando esso stesso l’opera tra le corti di Parma, Modena, Firenze, Reggio e Piacenza. L’amato capo d’opera venne in seguito inviato in dono dall’austriaco al re di Polonia Stanislao Poniatowski. Nel 1784 altro trionfo per l’esecuzione di una credenza con alzata(12), destinata – con ogni probabilità – al marchese Domenico Serra di Genova. E’ questo un capolavoro ante litteram della mobilia ispirata allo stile neoclassico, con girali floreali e medaglioni di soggetto archeologico, tanto che qualcuno in una recensione pubblicata nel medesimo anno ebbe a definirlo come quanto di più bello si fosse visto nel nuovo genere decorativo, così indirettamente confermando che la nuova maniera era ancora motivo di curiosità e poco nota al grande pubblico.
In questi anni, nella bottega di Parabiago è verosimile ipotizzare una capacità operativa ancora non in grado di realizzare mobilia su vasta scala. Nel frattempo, il figlio Carlo Francesco viene già segnalato come valente nell’arte dell’intarsio; peraltro, l’unica sua firma nota compare accanto a quella del padre nel già menzionato dipinto a intarsio raffigurante La Galleria Reale donata al re polacco(13).