Note.
(1). Cfr. la tolettina oggi alle Civiche raccolte d’Arte Applicata del Castello Sforzesco di Milano, intarsiata in bois de rose e violette, ebano, bosso, pero, acero, acero tinto verde, ecc. guarnita di bronzi dorati e incrostata da applicazioni eburnee (Inv. n.390).
(2). Cfr. la commode intarsiata in palissandro, bois de violette, bosso, acero tinto verde, mogano e altre essenze, guarnita di bronzi e centrata da scenette a “chinoiseries”, oggi alle Civiche raccolte d’Arte Applicata di Milano (Inv. n. 346).
(3). Cfr. la celebre scrivania da centro oggi al Bundessammlung Alter Stilmobel di Vienna, intarsiata in palissandro, bois de rose e de violette, ebano. Acero tinto verde, pero, bosso, ecc., incrostata in avorio, guarnita nel collo del piede da incamiciature bronzee dorate, ornata da specchiature “a macchiette cinesi”.
(4). Cfr. a titolo di esempio i mobili in nota 1, 2 e 3.
(5). Si tratta di una credenza provvista di alzata (ma nei documenti antichi menzionata anche come canterano o comò) a fianchi bombati, di eccezionale bellezza, costruita su un reticolo metrico paradigmato su moduli di 15 cm (pari all’altezza dei piedi). Misura cm. 150 x 120 x 60. Oggi figura in collezione privata a Parabiago. La sua storia in breve è la seguente: in casa Borromeo a Milano il Maggiolini stava consegnando un mobile; quel giorno era ospite il marchese Serra di Genova, che alla vista del manufatto si dichiara così ammirato da anticipare all’artista una forte somma per l’esecuzione di un altro mobile di pari qualità. Maggiolini si mette all’opera (al solito servendosi di appositi disegni dell’amico Levati) e in due mesi la credenza è pronta. Di li a poco viene presentata in casa Borromeo, meritando incondizionata ammirazione da parte dei vari ospiti e perfino dalle altezze reali asburgiche. Poi giunge a Genova e in casa Serra per un’intera settimana è festa trionfale: Maggiolini padre e il figlio Carlo Francesco ricevono il dono aggiuntivo rispettivamente di un orologio d’oro e uno d’argento (cfr in Genio e lavoro).
(6). Giuseppe Cesari (Arpino, 1568 – Roma, 1640). Detto il Cavalier d’Arpino. Celebrato esponente del manierismo, fu il pittore della corte pontificia a Roma. Figlio di Polidoro, imbianchino o poco più che “madonnero”, ancor bimbo eseguiva disegni di piacevolissima fattura. All’età di quattordici anni si recò al cantiere delle stanze del palazzo Vaticano e alle logge intorno al cortile di san Damaso, dove si mise in luce presso i grandi maestri del tempo in ragione della stupefacente abilità di cui diede prova. Il Cavalier d’Arpino non ebbe dunque maestri, se non il proprio innato genio. (cfr. in “Il Cavalier Giuseppe Cesari D’Arpino”, a cura di Herwarth Rottgen, Ugo Bozzi Editore, Roma, 2002, p.4).
(7). Gian Battista Gatti (Faenza, 1816 – Roma, 1889). Detto il Giove della tarsia. Cfr. “Il mobile dell’Ottocento”, in Gian Battista Gatti – Il Giove della tarsia”, 2002, a cura dello scrivente.
(8). I bombardamenti alleati del 1943 distrussero completamente ogni traccia delle pavimentazioni maggioliniane, oggi documentabili solo grazie a lastre fotografiche conservate presso il Civico Archivio Fotografico del Comune di Milano. In particolare, la pavimentazione per la camera da letto dell’imperatore Ferdinando I dovette certo essere cimento di straordinario impegno, come attesta la lastra “Inv. B 10271”.
(9). Entrambi databili intorno all’anno 1773, mostrano movimentazioni di schietta ascendenza Luigi XV, mentre la sinfonia composita è dominata - nelle lastronature dei fondi – da un colorismo che già allude alle novità di stile Luigi XVI. Per descrizioni più in dettaglio cfr. nota n.2 e 3.
(10). Ennemond Alexandre Petitot (Lione, 1727 Parma, 1801). Architetto, disegnatore e progettista. Dopo aver frequentato, giovanissimo, i corsi di Soufflot a Lione, seguì gli insegnamenti di D. Jossenay all’Accademia di Architettura di Parigi. Vinto il Grand Prix, nel 1746 si trasferì a Roma ove frequentò l’Accademia di Francia. Nella città eterna, ebbe un fondamentale impatto con la grande personalità del Piranesi, dalla cui opera non soltanto apprese a guardare con occhi nuovi l’antico ma si temprò nel sovrapporre ad esso - con raffinata spregiudicatezza - la grandiosa magnificenza del barocco e la grazia leggera del declinante rococò. Il soggiorno romano gli diede modo di costituirsi quella ricchissima cultura d’immagine che darà i suoi frutti straordinari a Parma, dove le sue realizzazioni (come architetto e decoratore) segnano un definitivo distacco dal gusto rocaille e lo indicano come promotore di un precoce neoclassicismo.
(11). Per raffronti cfr. Beretti, 1994, p.56, ill., da R.M. Inv. C. Coll. 71
(12). Cfr. in nota 5.
(13). Cfr. in “Il gusto dei principi”, a cura Alvar Gonzalez-Palacios, Milano, 1993, p.342, figg. 605-608.
(14). Prima del perfezionamento introdotto dal Maggiolini, la resa chiaroscurale era operata a ombreggiatura, mediante l’apposizione di tessere calibrate in ragione di naturali gradazioni di chiaroscuro. In alternativa si ombreggiava a pennello. Maggiolini perfezionò questa procedura giungendo infine a sperimentare la brunitura a caldo delle tessere grazie all’utilizzo di sabbie arroventate. E’ probabile che anche nel quattrocento, quando si diffuse la tecnica dell’intarsio alla certosina, questa metodologia chiaroscurale fosse già recepita e in uso, poiché con la sola tecnica pirografica non avrebbero potuto esprimere modulazioni chiaroscurali di così riuscita maestria. Quando l’artista presentò agli accademici della società patriottica di Milano un piccolo pannello adombrato da bruniture a fuoco (oggi conservato a Azzate in collezione privata), non gli credettero e ritennero che fosse un artificio dovuto all’uso di pennelli. Maggiolini fu costretto a raschiare l’opera con una lama. La vicenda finì con un encomio solenne pubblicato sulla Gazzetta di Milano del 1788 (29 dicembre, n.52), una medaglia d’oro e un premio di cinquanta zecchini.
(15). New York, mercato antiquario. Per approfondimenti cfr. in “Giuseppe Maggiolini – L’Officina del Neoclassicismo”, a cura di Giuseppe Beretti, Ed. Malavasi, Milano, 1993, pp. 172/175, ill.
(16). Si pensi alla straordinaria coppia di commodes, a fronte variamente intarsiata e lastronata, con pannello frontale raffigurante “Il carro di Diana ecatica trainato da una coppia di cerbiatti e due amorini”, a intarsio ombreggiato con brunitura a fuoco. Le pilastrate si scantonano per ospitare muliebri cariatidi bronzee, quasi rilevate a tutto tondo, fuse a cera persa, cesellate e dorate. I mobili si elevano su una predella sagomata a velette, sostenuta da (veritieri) grifi alati in bronzo, a patina scura. Il coperchio è marmoreo. Individuati da Clelia Alberici nel 1969 a Tramezzo, fra gli arredi di Villa Sola Busca, dove ancor’oggi sono. Le si crede provenienti da Palazzo Serbelloni a Milano: tra il mobilio riservato alla camera di Napoleone.
(17). Lettera al conte Ciceri (1796) e lettera al conte Paolo Sormani (1799).
(18). E’ il caso del cassettone ancora segnalato nel 1955 in collezione privata milanese, creduto del Maggiolini in ragione di un ineludibile qualità tecnico-compositiva, ma oggi stralciato al suo regesto per le incongrue dissonanze degli ornati a intarsio. O ancora del secrétaire segnalato anni fa sempre in collezione milanese ed esposto come autentico Maggiolini alla Mostra commemorativa-celebrativa di Milano nel 1938 (poi pubblicato dal Morazzoni) che oggi svela quel fare convenzionale che lo orienta piuttosto nella scia degli epigoni. (Cfr. in “Giuseppe Maggiolini – L’Officina del Neoclassicismo”, a cura di Giuseppe Beretti, Ed. Malavasi, Milano, 1993, pp. 86/89 (ill), con argomentazioni dell’autore che condivido in appieno.
Repertorio fotografico
Commode (cm. 98,5 x 160 x 71) lastronata in bois de rose, filettata in bois de violette e intarsiata in acero a girali acantiformi, serti floreali, anfore e figure fantastiche. Ascrivibile alla bottega del Maggiolini e databile tra la fine degli anni settanta e gli anni ottanta. Testimonia la transizione tra lo stile barocchetto, ancora individuabile nella modulazione della fronte e dei fianchi sagomati, con pilastrate scantonate e la “nuova maniera” neoclassica, i cui motivi firma sono individuabili nella cifra ornamentale e nei piedi, risolti a unicorno e faretra. I disegni preparatori sono conservati presso il Museo Sforzesco di Milano.
Foto Archivio Semenzato, asta di Firenze, 15-16 giugno 1988, lotto n.78.
Particolare di una specchiatura del fianco della commode illustrata nella tavola V, decorata a clipeo incusso, ornato da anfora appaiata entro cartigli acantiformi e riquadrata da quattro vele centrate da serti floreali.
Secrétaire a abattant ( cm. 150 x 105 x 41) lastronato in palissandro e bois de rose, intarsiato in ulivo e acero. La calatoia è centrata da un medaglione istoriato con il mito che mostra Ebe, la coppiera degli dei, nell’atto di dissetare Giove, qui nelle sembianze di un’aquila tonante. La formulazione architettonica e la veste ornamentale sono di squisito timbro neoclassico, e si comprende come entro la bottega del Maggiolini già negli anni ottanta-novanta la “nuova maniera” fosse compiutamente recepita.
Foto Archivio Semenzato, asta di Milano, 1 dicembre 1987, lotto n.490
Particolare del medaglione in ovato che centra la specchiatura della calatoia. La forma emula l’effetto ottico del dipinto incorniciato, sottolineato dalla cimasina a trionfo floreale, da cui dipartono florilegi a specula. Il vivace cromatismo chiaroscurale che anima la scenetta è ottenuto mediante brunitura a fuoco con terre bruciate: è la tecnica della pittotarsia che Maggiolini introduce verso la fine degli anni ottanta.