Domenica, 05 Febbraio 2012
Mitologia maggioliniana
Giuseppe Maggiolini: "l'intarsiatore dei principi - il principe degli intarsiatori"

Sussurrare i noti versi dell’Eneide …agnosco veteris vestigia flammae …aiuterà il lettore a comprendere come nel variopinto mondo antiquario sia proponimento medianico ascrivere la certa paternità di un mobile al suo archetto di traforo: il …timeo danaos et dona ferentes…diviene imperativo anche se in presenza di un’attribuzione autorevole.

Chi indaga l’arredo antico, già innumerevoli volte avrà registrato l’immancabile rammarico di quel tale erede che lamenta la vendita di un autentico Maggiolini. A un antiquario. E per una somma insignificante.
Induce il sorriso la tipica risposta dell’esperto di turno che domanda al “virtuale” defraudato milionario: ma il mobile di sua zia aveva il fusto in noce massello? Fonte di verità teandrica, così il pseudo-esperto sconfina nel ridicolo (certo il malcapitato nulla può  sapere o ricordare dell’assemblaggio strutturale interno dello scafo) e mostra la sua supponenza, peraltro assai vana: Maggiolini infatti pose in opera fusti in noce(1), ma anche in noce e abete(2), o in noce, abete e pioppo!(3).

Che dire allora dell’enorme mole di cantonate che da oltre cent’anni oltraggiano la memoria del laborioso intarsiatore? Perfino il comune di Milano ebbe a intitolare una via ai fratelli Maggiolini… Si, è vero, erano due, ma uno era Giuseppe (il padre) e l’altro Carlo Francesco (il figlio). E la vessata quaestio sul numero delle tessere lignee di varia essenza poste in opera: furono 57, 82 o 86 o 87? Figuriamoci poi se in un mobile maggiolinato compare una vituperata tinteggiatura a dar man forte al colore naturale del legno: sarà impensabile ascriverla al suo operato!
Ma veramente qualcuno crede che sia possibile azzeccare il numero esatto di legni utilizzati da un maestro che fu così a lungo operoso? A ogni buon conto gli ufficiosi presunti 86 tipi diversi di legno mai furono dispiegati a ornare un singolo mobile: un’evidenza che rende l’affacendata cabala dei numeri alquanto sterile. Inoltre, certo non crolleranno le quotazioni dei suoi capi d’opera se (timidamente) si farà notare che sovente ebbe ad alterare l’acero naturale o il frassino ulivato con tinte verdi(4) di piacevolissimo effetto cromatico. Si è anche scritto che a lui era inviso l’utilizzo di piani marmorei, mentre a ogni evidenza il suo regesto vanta numerosi pezzi impreziositi da coperchi pregiati, peraltro provenienti da cave di tutta Europa.

In taluni dizionari d’antiquariato, alla voce Maggiolini (per tacere le sviste in cui incorse la Treccani) lo si designa quale maestro intagliatore, il che è perlomeno tutto da dimostrare. Si dice poi che fosse così onesto da farsi pagare “a peso”, ponderando i suoi lavori sulla bilancia, ma laddove vi è evidenza documentale meglio sarebbe dire “a peso d’oro”. Penso - a titolo di esempio - alla “stupenda, stupendissima credenza” (così definita in un giornale del 1784) commissionata dal marchese Serra di Genova(5), che corrispose a Maggiolini circa millequattrocento zecchini d’oro più (pare) cento crocioni d’argento da esibire a eventuali briganti, durante il viaggio di ritorno da Genova a Parabiago.

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Dalla formazione giovanile alla notorietà
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