“Sei personaggi in cerca d’autore” è il verosimile sottotitolo da meditarsi in previsione di un’ipotetico saggio monografico destinato a celebrare il Maggiolini. In ambito d’arte, raramente, favola, mito e leggenda hanno ingenerato convincimenti così radicati e perversi, tanto che, senza scomodare Pirandello, l’agiografia inerente al Maggiolini - a ben guardare – non è poi così dissimile da quella esoterica riservata al mitologico Ermete Trismegisto.
Per quietare gli animi si dirà da subito che, senza dubbio, durante la conduzione di Giuseppe Maggiolini, l’affollata e operosa bottega lombarda fu impareggiabile fucina d’arte lignaria e, quantomeno in Italia e nello specifico genere dell’intarsio, l’artista di Parabiago fu il Deus ex machina del suo tempo. E’ parimenti vero che taluni mobili di sua insindacabile autografia sono coralmente venerati dalla critica novecentesca (nostrana e d’oltralpe) come mirabili capolavori - nonché incunaboli - della “nuova maniera” neoclassica.
Pari ai grandi della pittura e della scultura, fu ineguagliabile nel pittoricismo cromatico dell’intarsio, grazie anche all’introduzione di innovazioni tecniche di sua invenzione, come l’applicazione - nella definizione chiaroscurale - della brunitura a fuoco, tanto da potersi definire la sua arte pittotarsia.
Il primato che gli si riconosce risiede nell’aver prima emulato e infine valicato gli alti traguardi che la tecnica dell’intarsio di matrice certosina conquistò all’arte tra medioevo e rinascenza.
Per dare una sommaria idea della qualità dell’intarsio maggioliniano, si pensi a un fiore: ebbene, in una rosa (di 5 o 6 centimetri quadrati) si arrivano a contare fino a sessanta petali, con tessere così minutamente immaschiate da renderne impercettibili le linee e i punti in connessione. A questa prima fase si aggiunga la rifinitura “pittorica”, e qui l’arte diviene infusa: le sfumature venivano magistralmente ombreggiate a chiaroscuro graduato con sapiente uso di velature brunite a fuoco con terre bruciate. In ultimo si marcavano i profili a bulino.
Dei favoleggiati segreti marchingegni accessori che in più casi pose in opera, si lascia spazio alla fantasia del lettore solo dicendo che in un inventario si cita una “scatola portagioie, a coperchio girevole, doppio fondo, triplice segreto”. Si segnala (in luogo dell’usuale utilizzo di ferro forgiato e temprato per l’esecuzione di balestre meccaniche da azionarsi a pressione) anche il ricorso a leve di analoga funzione, ma eseguite in legno di bosso, così spingendo ai limiti estremi l’elasticità e la compattezza del materiale a lui così congeniale.
Tra le essenze lignarie esotiche di normale impiego a Parabiago si ricorse con frequenza al bois de rose, bois de violette, palissandro, mogano, legno rosso del Brasile, paonazzo, noce d’India, ebano del Macassar, corniolo. Nei suoi arredi figura, anche se di rado, l’incrostazione eburnea o l’inclusione a commesso di pietre dure. Le committenze auliche sovente erano rese prestigiose da forniture in bronzo cesellato e dorato, talvolta impreziosite da vere e proprie sculture eseguite a cera persa, a tutto tondo.