Domenica, 05 Febbraio 2012
Dalla formazione giovanile alla notorietà
Giuseppe Maggiolini: "l'intarsiatore dei principi - il principe degli intarsiatori"

Nasce d’improvviso un genio? Se per taluni artisti come ad esempio Giotto o il Cavalier d’Arpino(6) l’arte parve infusa nelle vene, altrimenti non può esser detto per il Maggiolini, che iniziò a cavalcare l’onda lunga della notorietà poco meno che trentenne. Nel Genio e lavoro si racconta infatti che intorno al 1765, la bottega dell’artigiano fu casualmente visitata dal rinomato pittore Giuseppe Levati (1739 – 1828) e dal marchese Litta. Il Levati (figlio di un falegname), incuriosito dalla vista di alcuni mobiletti esposti fuori d’una porticina lungo la strada, entrò.
Rimase colpito dalla particolare cura che rilevò nei raccordi d’angolo di taluni intarsi, e dal riuscito accostamento con cui ogni partitura era assemblata, tanto da decidere di mettere alla prova l’oscuro artigianello, commissionandogli un canterano da eseguirsi su suo disegno per villa Litta a Linate. A lavoro ultimato, il risultato fu di “… somma soddisfazione per tutti.”.
A dar retta al Mezzanzanica, si ricava che il grande maestro, prima dello “storico” incontro, fosse artigiano di periferia, attivo in un locale dimesso e coadiuvato dell’ausilio del solo figlioletto Carlo Francesco, di circa sette anni. Il biografo dice poi che Giuseppe (orfano di padre e madre) imparò in Parabiago il mestiere nell’officina del Monastero di sant’Ambrogio, diretta dal Calati, dove rimase fino ai vent’anni pagato a solo vitto e alloggio. Il racconto continua e si apprende che in quel luogo ci si limitava a ripristinare mobilia malconcia o a improntarne taluna d’uso ordinario (smentendosi poi nel precisare commissioni per due arredi che a ben leggere fra le righe furono tutt’altro che usuali). Certamente feconda fu l’intima amicizia che legò Giuseppe fanciullo all’insegnante del vicino collegio Cavalleri, tale Antonio Maria Coldiroli, stimato sacerdote di multiforme ingegno.
A vent’anni si maritò con una donna di molto più anziana (dicono fosse brutta parecchio), e il banchetto di nozze ebbe per menù “polenta conciata con latte e formaggio”. Forse poi il Mezzanzanica davvero esagera nel dire che “…solo lei aveva in dote la forchetta…” mentre lo sposo “adoperò il compasso della bottega”.
L’ambiente di formazione decritto pare congruo a plasmare un modesto falegname. Se ne deduce che il biografo spinge l’acceleratore per sottolineare la partenogenesi dell’arte maggioliniana. Dunque, con la cautela dovuta, sarà bene ipotizzare che il giovanetto, piuttosto che favorito da mecenatismi oggi non comprovati, sia divenuto provetto stipettaio e intarsiatore proprio in virtù della permanenza nel monastero di Parabiago, dove capaci maestranze, eredi secolari e naturali dell’arte dell’intarsio “alla certosina” di medioevale memoria, lo affinarono fino a consentirgli l’emancipazione. Indiretta conferma è nella vicenda (incredibilmente consimile) che si rileva nella fase giovanile di un altro grande nell’arte dell’intarsio, nato due anni dopo la morte del Maggiolini: il faentino Gian Battista Gatti (7).
A sottolineare la già proficua padronanza artistica del Nostro al tempo della visita del Levati v’è l’evidenza che aprì bottega senza pagare badia, ovvero privo dell’attestazione della corporazione dei falegnami. Inoltre, il Levati notò nel suo locale parecchi disegni e progetti di mobilia già eseguita o venduta.
Talento a parte, senza il benevolo favore dalla dea bendata, che nelle sembianze del Levati bussò alla sua porta, ben diversa sarebbe stata la sua fama, se la legge delle coincidenze non avesse decretato in suo favore una particolare indulgenza. Quindi non genio, ma da quel fatidico giorno tenace e infaticabile arbitro del proprio destino, come similmente scrisse di sé Napoleone nel suo diario stilato a Sant’Elena.

Il mutare dei venti lo sospinge a trovare nuova e più idonea sede divenendo affittuario del marchese Moriggia, suo fedele estimatore e mecenate. Nel 1771 proprio al Moriggia viene affidato il compito di organizzare i festeggiamenti in onore delle nozze reali che si terranno in Milano: si sposa il figlio dell’imperatrice Maria Teresa, l’arciduca Ferdinando (governatore della Lombardia). Il Maggiolini e un gruppo di suoi subalterni entrano in gioco, chiamati dal marchese. La ruota della fortuna gira ormai incandescente: di li a qualche anno sarà convocato nel capoluogo per eseguire - a commesso e intarsio – pavimenti(8) in Palazzo Reale (su disegni del Levati). I lavori nella residenza arciducale gli valsero in breve tempo il brevetto con titolo-patente di Intarsiatore delle Loro Altezze Reali.
L’ex artigianello campagnolo d’ora in avanti girerà costantemente seguito da due guardiaspalle (descritti come veri e propri “gorilla”) che lo salveranno dalle insidie dei concorrenti anche aiutandolo talvolta a riscuotere qualche credito.

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