Il ritorno degli asburgo trova l’atelier profondamente mutato. Carlo Francesco, ormai cinquantaduenne, pur essendo valentissimo intarsiatore, non trova facile accesso ai favori e privilegi che seppe invece garantirsi il padre. Lo stesso governo austriaco era mutato da illuminato in tirannico. Si era a cavallo di eventi epocali e nuove campagne napoleoniche erano prossime a dissanguare la già esausta gioventù europea.
Era il tempo della nuova borghesia emergente: probabilmente la bottega si ristrutturò su questo segmento di mercato.
Di questo periodo, pochissimi arredi (stando così ad oggi gli studi) possono essere rubricati come maggioliniani. Osservandoli, vi si rileva ancora la bella maniera nell’intarsio, ma non sono esenti da pecche. A cartina tornasole, in taluni si assiste al frettoloso taglio di linee a tessera prefabbricata serialmente, la gamma cromatica appare impoverita, le essenze lignee pregiate mostrano diradato impiego, i disegni evidenziano composizioni ripetitive e l’equilibrio tra forma e decoro è scompaginato e disarmonico.
Carlo Francesco muore nel 1834, e con testamento da lui rogato nel 1829, eredita la bottega Cherubino Mezzanzanica (l’ex garzone di bottega che a dieci anni, fin dal lontano 1810, seppe conquistarsi l’amore filiale di Giuseppe Maggiolini). Il mobilio uscito in quest’ultima conduzione dovette certo essere di numero consistente, tenuto conto che a Parabiago si giunse alla definitiva chiusura della bottega solo oltre la metà dell’Ottocento.