Chi fu chiamato a dirigere la prestigiosa bottega di Parabiago dopo l’astro che ne animò l’aurora e l’epoca aurea, raccolse un’eredità difficile. Il marchio eponimo era insostenibilmente pesante, allontanarsi dalla via maestra sarà parso azzardato e per più motivi impraticabile. Se vi sono colpe, non furono di Carlo Francesco o di Cherubino, ma piuttosto andranno ricercate nell’addensarsi di nuvole infauste che in particolare colpirono il territorio lombardo tra gli ultimi sussulti napoleonici, le guerre d’indipendenza e il risorgimento. Eventi che sconsigliavano scelte decisionali importanti: tuttavia è noto che un impero crolla quando invecchia senza meditare per tempo i giusti rimedi onde rinnovarsi.
E’ probabile che il mutare del gusto che segue alla Restaurazione imposta a Vienna nel 1820 (da cui derivarono le nuove mode di stile Carlo X) fu fatale. Gli arredi, sebbene ancora modulati su scafi a geometria neoclassica, virarono il timbro cromatico privilegiando sfondi a essenze chiare (acero, frassino, limone, ecc.), con applicazioni a intarsio scure (amaranto, acero ebanizzato, bosso, ecc.). La nuova moda risultò incongruente con l’impostazione seriale ormai tipizzante a Parabiago, basata su un codice costruttivo ripetitivo e consolidato, tanto da configurarla come una fabbrica piuttosto che un atelier. Al conclamato declino non deve essere stato estraneo l’insorgere di pulsioni eclettiche, già in essere intorno agli anni trenta-quaranta. Il frivolo ritorno dello stile neorocaille certo dovette alienare molti clienti all’ultima gestione di Cherubino Mezzanzanica, che imperterrito, replicava ostinatamente la linea griffata di un’epoca ormai al tramonto.