L’avventura romana inizia verso la fine del 1843. L’influenza del potente “tutore” Amat gli dischiude le porte della committenza vaticana. Fin dagli esordi, le opere dell’ebanista si imposero affermando il loro artefice nella Roma di Pio IX, “succursale” di Faenza per la presenza di una folta colonia di artisti suoi concittadini: Bianchedi, Canalini, Minardi, Sangiorgi, Saviotti e altri. Nell’Urbe, in breve fu consacrato maestro famoso.
L’officina romana del Gatti presto muta in atelier e si configura come una sorta di impresa: vi opera personale di diversa specializzazione e fra questi un capace collaboratore, il bravo intarsiatore-incrosatatore Eugenio Argnani(7). Nella futura capitale del Regno d’Italia il Gatti dapprima operò nella sua tecnica consueta, con tarsie in legni colorati e pirografati, incluse d’avorio e madreperla. Tale gamma decorativa fu in parte presto accantonata in favore di un’evoluzione che mise a frutto la tecnica del commesso lapideo(8), la cui compresenza alla tarsia e all’incrostazione si candida a sinergia complementare della sua pur già articolata summa ornamentale, ora però improntata a nuove metodologie esecutive.
Fu il primo in Italia e in Europa a dotare la mobilia con medaglioni istoriati in avorio graffito a tratteggio, abbinando metalli nobili cesellati, bassorilievi eburnei e incastonatura di pietre preziose (usualmente ametiste, topazi, diamanti). Ancora, negli arredi del Gatti, si nota un più assiduo uso dell’ebano, in alternativa al noce o pero o palissandro opportunamente ebanizzati. Il suo stile si conforma al raffaellismo purista, vivificato da citazioni toscane.
Questa più vasta differenziazione risultò particolarmente apprezzata e richiesta dalla clientela romana (fra cui il principe Camillo Massimo Borghese, che acquistò una tavola intarsiata). Incrementarono di pari passo le commissioni in entrambi gli emisferi.
“… Gli scrigni, gli stipi, le tavole, le cornici che escono dalle sue mani” per dirla ancora alla De Gubernatis, “… sono miracoli di eleganza e d’arte. Oltre al disegno mirabile e vario di ognuno d’essi, e alla perfezione del lavoro, è degno di nota il sistema da lui introdotto nell’intarsio in cui usa all’uopo con brillantissimo effetto, insolite, belle e smaglianti pietre orientali. Le sue ricerche sulle pietre rare, e le applicazioni che egli seppe fare, meriterebbero uno studio speciale …”. Tenterò di accontentare parzialmente il bravo critico ottocentesco, sperando che dal suo olimpo mi elargisca un sorriso ammiccante. In breve: l’artista fece largo uso di lapislazzuli, malachite, cammei, conchiglie orientali, labradoro e si cimentò nella lavorazione di centinaia di pietre preziose, diaspri, silici, onici, e ancora sardonica, agata, giada, ofite, graniti, porfidi e gran profusione di marmi d’ogni variante. Con lascito testamentario dotò la natia Faenza della sua monumentale collezione di pietre dure, raccolta e incrementata in una vita di incessante studio, onde in breve se ne fece il Museo Gatti, poi arricchito da una strepitosa croce di ebano incrostata in avorio graffito e castoni di malachite, offerta dal fratello, il canonico Antonio (oggi il materiale è imballato, in attesa di nuova sede).
Il plauso “nazionale” e il consenso di una clientela europea già consolidata nel 1850, lo sospingono a cimentarsi nelle Mostre Internazionali, la cui prima edizione si era tenuta (con gran successo di pubblico) nel 1851 in quel di Londra.
Nelle pubbliche esposizioni incontrò destino indulgente. Già si distingue nel 1855 a Parigi (tornerà a esporvi nel 1862 e nel 1878) presentando un cabinet di superba esecuzione (con lo stemma dei committenti, i duchi inglesi di Hamilton); partecipò infine a diciotto universali, tra Europa e America. In totale ebbe ben ventisei premi(9). Nelle recensioni del tempo lo si menziona invariabilmente come artista-protagonista di indubbio talento, le sue opere sempre primeggiano e non di rado sono acclamate come “capolavori”, la critica lo designò come il più grande intarsiatore vivente, mentre lui (parafrasando Petrarca) fu sempre umile in tanta gloria.
Un aneddoto. Alla mostra di Faenza del 1875 presentò fuori concorso venti opere. Una risultò stupefacente: era uno scrigno “a raffaellesche” a fondo d’ebano, con scomparti arabescati in avorio graffito effigiati con immagini di illustri italiani, conchiglie orientali in diverse cromie e lapislazzuli e altre pietre ne erano ulteriore ornamento. I due sportelli, aperti, disvelavano venti cassettini, ancora ad arabesco e muniti di dodici altri medaglioni d’avorio inciso. Sopra svettava un’elegante ringhierina a balaustri, nei cui apici erano allocate quattro sculturine femminili a tutto tondo, allegoria dei quattro continenti: il tutto in avorio. Aveva per base un piccolo scrittoio, di decoro affine. Per la cronaca, l’opera molti anni dopo venne segnalata in collezione faentina. Non mi dilungo con gli altri diciannove manufatti (fra cui uno stipo-orologio provvisto di sei colonnette di Mura), lasciando al lettore immaginare lo stupore di chi allora vide l’allestimento del Gatti.
Nella sua lunga carriera, fu tra i pochi italiani, come già ho anticipato, insigniti di numerose onorificenze da uomini di stato e da sovrani. Parimenti, ebbe la rara soddisfazione di vedere confluire sue opere nei musei delle maggiori capitali d’Europa (la notevole cornice, con il ritratto di Cristoforo Colombo, presentata a Vienna nel 1873 è oggi al Victoria and Albert Museum). Molti suoi lavori figurano ai Musei Vaticani e tra questi, uno scrigno “raffaellesco” e un cofano “michelangiolesco” sono da stimarsi autentici capolavori del suo tempo.
L’annosa amicizia col pontefice della breccia di Porta Pia (gli commissionò molti arredi) fu patente ufficiale per diffonderne l’impareggiabile arte presso le corti europee, ove inviò numerosi mobili. Un rapporto preferenziale si instaurò con i sovrani di Spagna, che conobbero il Gatti in ragione di un pregevole cofanetto che lo stesso Pio IX volle donare alla regina Isabella, in occasione della nascita di prole regale. Dopo insistita corrispondenza, seguirono altri invii.
Giovan Battista Gatti, in ultimo rientrò nella natia Faenza, dove morì nel 1889. Così almeno riporta la storiografia del Novecento, ma…… non risulta conforme al vero(10).
Morì in Roma verso sera, improvvisamente, probabilmente per il dolore patito durante la visita mattutina in via Condotti ove trovò il Torreggiani (commerciante di gioie suo grande amico) colpito da paralisi. Era il 14 febbraio. In vita intese sempre essere sepolto nell’amata Faenza, e così fu: il 22 febbraio giunse il feretro da Roma via treno e dopo solenne e affollatissima cerimonia fu tumulato nel cimitero di famiglia, accanto all’amata madre. Nella parte superiore della lapide, sotto alla cornice di fascia, si volle inserire l’immaginetta di un gattino, stemma di famiglia, ma anche motivo firma apposto dall’artista in intarsio in numerose sue opere. Curioso notare l’analogia con altra firma simbolo in seguito usata da altro rinomato faentino, il ceramista Riccardo Gatti.
La città natale conserva opere del maestro, in Palazzo Milzetti, nei depositi della Pinacoteca, nella chiesa di San Francesco e nella Cattedrale, oltre che in numerose collezioni private.
Giuseppe Stopiti, allora editore e redattore della rivista romana Galleria Borghese, dedicò alla sua memoria una breve ma incisiva biografia, dove si legge:
“…Non diremo dei suoi lavori eseguiti con nuove applicazioni e con i più vivi e smaglianti effetti di labradoro e per vaghezza d’iri eternamente luminose; a dimostrare l’eccellenza de’ suoi meriti e lo splendore del suo genio basti semplicemente notare essere stato egli che ha portato la tarsia nell’ordine maggiore di perfezione e alla più alta ricchezza, quale non fu usta nel cinquecento, in cui quell’ arte fiorì…”