Mercoledì, 08 Febbraio 2012
Il perfezionamento fiorentino
Gian Battista Gatti, il “Giove della tarsia”

Quasi ventenne, dalla natia Faenza il Gatti sentirà l’esigenza di confrontarsi con la cosmopolita Firenze nel Regno d’Etruria (allora detta l’Atene d’Italia) tappa quasi obbligatoria e già percorsa da molti suoi conterranei.
La città gigliata è in grado di favorire le particolari esigenze di perfezionamento del nostro: vi operano i fratelli Falcini(5), rinomati intarsiatori. Fu officina d’arte in cui il Gatti seppe farsi valere: riconosciuto abile e virtuoso, l’alunnato presto mutuò un rapporto destinato a duratura collaborazione. Nel contempo divenne abile anche nel disegno a quadratura, sotto l’attenta guida del prof. Jacopo Ciacchi.

Luigi e Angelo Falcini erano celebri per la produzione di mobilia “sfoggiata” ad alto tenore qualitativo, riccamente adorna di tarsie arabescate in essenze lignee rare, su fondi spesso lastronati in noce d’India e infine impreziositi da incrostazioni dispiegate in alternanza di avorio e madreperla. Sono maestri da annoverarsi tra i protagonisti di quel movimento di precipua matrice fiorentina, che andava riscoprendo il valore dei primitivi e riponeva grande interesse per l’arte lignaria del cinquecento toscano. In ultima analisi, tale produzione era ispirata a modelli diffusi ai tempi del granduca Cosimo il Vecchio, spesso elaborati su cartoni di Benvenuto Cellini.
I Falcini, a dispetto di quanto oggi accreditato, anticipano largamente le correnti d’oltralpe nell’adozione di stilemi ispirati al repertorio rinascimentale: si pensi al lasso temporale che li separa dalla scuola tardomanierista di Fontainebleau, in Francia. In tali intuizioni competono con la Pittura coeva. Questa evenienza impone un revisionismo di ampia portata in favore di pulsioni eclettiche di specifica azione centrifuga fiorentina.

Il Gatti, visse in Toscana solo d’arte null’altro concedendosi. Si affinò nel sistematico impiego della tecnica a incrostazione, si misurò nell’uso di essenze lignee esotiche, si confrontò nella tecnica della xilotarsia (coloritura a ombreggiatura chiaroscurale). La permanenza in Firenze trovò fine dopo poco più di anno, conseguendo le lodi del prof. Luigi Falcini, che lo elogiò quale eccellente maestro.
Rientrato in Faenza, aprì bottega, lavorandovi solo, dedicandosi alacremente alla tarsia, segando con l’archetto a traforo legno e avorio e commettendone insieme i pezzi, tingendoli e abbrustolendoli per modularne colori e ombre, esitando la meraviglia dei visitatori
Con frequenti spostamenti, si erudiva visionando i capolavori del passato, in particolare fu spesso a Bologna in San Domenico, dove con privilegiato amore mirava e rimirava il coro rinascimentale, vanto di quel gran secolo. In lui si andava affinando quella sensibilità che favoriva la sintesi formale del bello, la medesima capacità che già fu insita negli artisti operosi tra il ‘400 e il ‘500 dove, arte, uomo e natura seppero convivere in unisono di forme e colori.

Si sentì quindi pronto per più difficili prove. Il tavolo a fondo in ebano arabescato in avorio, madreperla, agrifoglio e centrato da ramages floreali che espose nel 1841 al concorso dell’Accademia di Ravenna, gli meritò la medaglia d’oro: stupì la varietà delle tarsie e l’inusuale artificio dei chiaroscuri, ne conseguì il paragone ai grandi del Cinquecento. Il mobile venne notato dal legato apostolico delle Romagne, che intese acquistarlo e conoscerne l’esecutore: Gatti seppe conquistarne la stima; il cardinale Amat(6), esperto conoscitore d’arte, volle infine divenirne il mecenate. Passa il tempo e il maestro continua incessantemente a superare se stesso. Siamo al 1843, al porporato giunge notizia del prossimo richiamo in Roma e sollecita l’amico artigiano di seguirlo nella Città Eterna, prospettandogli l’assegnazione di residenza e bottega entro lo stesso palazzo dove aveva sede la sua Cancelleria.
Non senza rimpianti, il Gatti lasciò Faenza.

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