1. Giovanni Mingozzi fu premiato nel 1832, in occasione della sua partecipazione ai Concorsi dell’Accademia di Ravenna, in ragione di un tavolino finemente intarsiato con ornamenti bronzei. Golfieri (1987, p.145).
2. Angelo Mingozzi, come il Gatti, si perfezionò a Firenze. Relativamente alle specificità artistiche di Angelo, è da rilevarsi che fu nel contempo valente intarsiatore e incrostatore. Il Golfieri (1987, p.145) di lui scrive: …il tutto eseguito con quella tecnica che Angelo espose a Bologna nel 1844, ricevendo le lodi del Tognetti (segretario dell’Accademia bolognese), che ammirato, ebbe a definirlo “sì distinto maestro intarsiatore degno di gareggiare coi più valenti nelle città principali”. Angelo Mingozzi ebbe vasta clientela per tutta Italia.
3. Incrostazione. E’ la tecnica ornamentale che impone il rivestimento di un manufatto con materiale decorativo tagliato e variamente applicato in sottili strati. In particolare, si ricorse all’uso di avorio, osso, madreperla, tartaruga, acciaio e ottone. Diffusa fin dall’antichità, ebbe il suo secolo d’oro nel Seicento, allorquando in Francia, l’ebanista reale Charles Boulle fece uso straordinario di tale tecnica, con risultati ancor oggi insuperati.
4. Tale evento costituisce la novità di maggior rilievo della Restaurazione. Nel recupero dello stile gotico si prefigura l’avvento del romanticismo. Hittorff di fatto “lanciò” un’incontenibile mania che interessò numerosi arredi, finanche i più minuti oggetti devozionali furono improntati al gusto à la cathédrale o Troubadour.
5. I fratelli Falcini sono da considerarsi ebanisti tra i più qualificati del XIX secolo. A cartina tornasole basterà confrontare il tavolo ottagonale (cfr. catalogo asta Semenzato 20 ott. 1985), il tavolino (cfr. catalogo asta Semenzato, Venezia, 8 dic. 1996), il tavolo a ottagono, su piedi ferini presentato da un antiquario romano al Gotha di Parma nel 1998 (cfr. catalogo mostra, p.35) o ancora il magnifico tavolo rettangolare da centro (cfr. asta Finante, Roma, 20 mar. 1985), le cui similitudini con gli arredi di Villa di Pratolino dei principi Demidoff sono stringenti. Per approfondimenti si guardi in L. Bandiera “Arte illustrata”, nn. 17 e 18, pp. 66, 68, 1969, peraltro citati anche dal Finocchietti in “Della scultura e tarsia in legno”, Firenze, 1873. Uno di questi tavoli è attualmente a P.zzo Pitti. Altro tavolo simile è menzionato da Alvar Gonzales Palacios in “Storia dell’Arte Italiana”, Torino, Einaudi, vol.I; p.594, ill. 650 o, sempre dello stesso autore in “Il mobile nei secoli”, vol.III, Milano, 1969. Ultimo esempio in ordine di tempo a me noto, affine alla “suite Demidoff”, è l’esemplare battuto all’asta di M.e Pierre Cornette de Saint-Cyr il 15 feb. 1990, presso Drouot Richelieu (cfr. catalogo, ill. n.111).
I Falcini avevano un “portafoglio clienti” di notevole credito: dall’alta borghesia alla blasonata aristocrazia, nella loro bottega si approntavano arredi destinati alla corte papale romana. In esempi che vado documentando come certamente a loro ascrivibili, numerosi arredi mostrano presenza di armi nobiliari. Oltre al citato esempio di cui a tav. V, si confronti il tavolino rotondo, al solito intarsiato e incrostato, ma provvisto nella cintura di un sistema cardanico che permette lo scorrimento del piano e la contemporanea uscita meccanica di cassetti, vani, tablettes, segreti e scomparti, realizzato con tale ingegno tecnico che risulta necessariamente da porsi tra gli arredi di maggior interesse costruiti entro la prima metà dell’Ottocento (cfr, catalogo asta Semenzato, Venezia, 11 dic. 1986, lotto n.199a, ill. e poi riesitato nella vendita del 3 mag. 1987, lotto n.88, in più illustrazioni). Ancora, il magnifico tavolo rettangolare da centro recante nella cintura lo stemma di casa Mastai Ferretti, ovvero Pio IX, presentato da antiquario milanese alla VII edizione nazionale di Milano del 1984 (cfr. catalogo mostra, stand 509, ill.) o il tavolo a ottagono venduto nell’aste Finante di Roma nel 1984.
6. Ebbe titolo di Legato Apostolico in Ravenna, fu stimato, influente e potente presso la corte romana. Amò le Belle Arti, incentivando numerosi artisti meritevoli del suo aiuto. Il Gatti, a modo suo, lo beneficiò di molti doni e in ultimo, ammalatosi gravemente, gli fornì un particolare seggiolone di sua invenzione, agilmente amovibile: lo stesso che poi consegnò personalmente a Pio IX, alleviandolo dei molti patimenti dell’età.
7. Figlio di Paolo Argnani “provetto mobiliere”. Condivide con il Gatti la comune nascita in Faenza. Sarà nel laboratorio romano del Gatti sapiente autore di raffinate tarsie e incrostazioni. La monumentale croce pubblicata dal Golfieri (1987, p.201, ill.) è tradizionalmente ritenuta opera di collaborazione tra l’Argnani e il maestro. Se ne vede parziale immagine in tav. VIII. Per ulteriori informazioni rimando in nota n.14.
8. Il commesso in marmo o in pietre dure a Roma è di antichissima tradizione, e certo fu Roma a ispirare la stessa Firenze, e non viceversa, mentre l’operato del Real Laboratorio delle Pietre Dure di Napoli (attivo dal 1737 e chiuso intorno al 1861) è da ritenersi un riflesso dell’una e dell’altra. Negli anni romani del Gatti non si era ancora spento l’eco del virtuosismo di un personaggio della statura di Francesco Sibilio, la cui vita spesa nel ricercare, ornare e “intagliare” pietre dure o marmi pregiati, presumo non potesse essere ignota al “nostro”.
9. E quand’anche espose opere fuori concorso, sovente la critica e i visitatori lo riconobbero come vincitore ideale, come nel caso dell’Esposizione Faentina del 1875 (cfr. G. Morini, in “Giri di un profano” per l’Esposizione faentina del 1875, Pietro Conti, Faenza, 1875).
10. Non avendo io stesso reperito alcuna indicazione sulla morte del Gatti in ricerche espletate presso lo Stato Civile di Faenza (ringrazio e molto il direttore per la disponibilità e collaborazione fornita) presumo che la critica moderna si sia accontentata del dato di fatto che il certificato doveva essere andato combusto insieme a buona parte dell’archivio durante i cruenti bombardamenti dell’ultima guerra. La traccia veritiera della data della tumulazione è fornita dalla “mortina” stampata dalla famiglia del Gatti a rigraziamento di partecipazione (da me fortunosamente reperita entro un libro presso la civica Biblioteca di Faenza). La morte in Roma e la data corretta viene precisata in altro testo, dedicato in morte del Gatti al fratello Antonio, scritto nel 1890 dal canonico Filippo Lanzoni, anch’esso inedito. Doverosamente ringrazio il capace personale della Biblioteca Manfrediana di Faenza, nella persona della D.ssa Anna Rosa Gentilini.
11. Inedita. La cornice appartenne al rinomato ceramista Mario Morelli (Castel Bolognese, 1908 + Faenza, 1966). La disponibilità alla pubblicazione la devo alla gentilezza della di lui figlia Anna, che ringrazio per l’amicizia di “sempre”. Le affinità stringenti che legano la cornice allo scrigno del Museo di P.zzo Milzetti sono in ragione della medesima composizione dei materiali posti in opera, e confermata da analoga tipologia di tarsie nelle partiture ornate “a raffaellesca”. La summa ornamentale è esemplificativa della “scuola faentina”.
12. Per bibliografia cfr. in Valeriani “Un tavolo di G.B. Gatti”, in “Arte all’incanto”, Finante, Milano, pp.352-357 e Manni in “Mobili antichi in Emilia Romagna”, Artioli Editore, Modena, 1993, p.274 n.594.
13. Oggi esposto in una delle sale al primo piano dette “di compagnia” al “Museo dell’età Neoclassica” di Palazzo Milzetti a Faenza, qui allocato nell’autunno del 1999, dopo essere stato donato nel 1987 alla Pinacoteca di Faenza dai Bubani, pronipoti del Gatti (cfr. in “L’ebanisteria Casalini e l’arte del legno a Faenza”, E. Golfieri, Faenza, 1987, p.200 e in “Palazzo Milzetti – Guida alla visita”, a cura di A. Colombi Ferretti, Faenza, p.43). Relativamente al piano, non visibili nel particolare risultano i sei rettangoli eburnei incisi con le seguenti vedute: il Tempio di Vesta, il Pantheon, la Tomba di Cecilia Metella, San Giovanni in Laterano, Castel Sant’Angelo e presumo, l’Arco di Traiano. Gli otto medaglioni raffigurano personaggi così dalle titolature precisati: Agnolo e Gaddo Gaddi, Lasaro Vasari, Giovanni Cimabue, Bernardino Pinturicchio, Luca della Robbia, Tomaso detto Giottino e Buonamico Bufalmacco. I due medaglioni recano l’allegoria della Morale, con motto CAVSARVM COGNITIO e l’allegoria della Teologia, con motto DIVINAR –RER NOTIMA.
Ringrazio il Direttore della Pinacoteca di Faenza Sauro Casadei e il di lui collaboratore Piero Casanova per la fattiva collaborazione prestatami, nel visionare i molti beni di mano del Gatti conservati presso i depositi della Pinacoteca medesima, e per la conseguente liberatoria a riprodurne immagini fotografiche. Estendo i ringraziamenti al direttore della Banca di Romagna (sede di Faenza in via Manfredi, 14) nella persona di Francesco Pinoni, per la disponibilità accordatami a riprodurre le tavv. n. 44, 46 già edite in “L’ebanisteria Casalini e l’arte del legno a Faenza”, Ennio Golfieri, Faenza, 1987, stampate a cura del succitato istituto bancario.
14. La croce è incrostata in avorio graffito e commessa con inclusioni di lapislazzuli, oltre ai decori già descritti, vi campeggiano le immagini dei quattro evangelisti e dell’arcangelo Michele. Il basamento monta quattro specchiature a lastra eburnea, ornate “a raffaellesche”, la più grande include un’immagine mariana, anche nella base ritorna l’uso di lapislazzuli e altre pietre dure. Nel recto compare la firma del Gatti, iscritta entro una placchetta in avorio che recita CAV. G.B.GATTI – ROMA. Già nota al Golfieri (1987, p.201, ill.).
15. Per ulteriore bibliografia rimando a G. Zanotti, in “Faenza – chiesa e convento di S. Francesco”, Assisi, pp. 66, 128, 137-139, e in particolare a F. Baldassarri in “Lo sportello della nicchia dell’Immagine della Vergine Immacolata che si venera nella chiesa di S. Francesco di Faenza dono e lavoro del cav. G. B. Gatti”, Faenza, Marabini, 1884. I medaglioni effigiano i seguenti busti: S. Giuseppe col Bambino, il Beato Nevolone, S. Francesco, S. Carlo Borromeo, S. Antonio di Padova, S.ta Lucia, S. Giovanni Battista, S. Vincenzo, S. Savino e S. Pietro. Le gemme sono sessanta. Ringrazio sentitamente il parroco di San Francesco e in particolare padre Enzo Fantini, per la collaborazione fornita e la conseguente autorizzazione a pubblicarne le immagini in testo.
Bibliografia.
1873: D. Finocchietti, “Della Scultura e Tarsia in legno dagli antichi tempi a oggi”
1875: G. Morini, “Giri di un profano” (per l’Esposizione faentina del 1875), Pietro Conti, Faenza
1881: “Milano e l’Esposizione italiana del 1881”, F.lli Treves Editori, Milano, p.154
1888: Bellinzoni, in “L’Esposizione Vaticana illustrata”, Gustavo Bianchi e C., Editori, Roma, p.38
1889 e 1906: A. De Gubernatis, “Dizionario degli artisti italiani viventi”, III ed., Firenze, p.218
1952: Delibera n. 2588 del Consiglio Comunale di Faenza, in data 8 febbraio.
1970: E. Golfieri, “La casa faentina dell’Ottocento”, Ed. F.lli Lega, Faenza, vol. II, tav. 38.
1970: G. Betrani, “Note allo stradario della città di Faenza”, Ed. F.lli Lega, Faenza, p.56
1986: P. Lenzini, “San Francesco in Faenza”, Tipografia faentina, Faenza, tavv. 29, 30
1980: E. Golfieri: “Fra arte e artigianato nella Faenza del primo ottocento”, Faenza, p.32
1987. E. Golfieri, “L’ebanisteria Casalini e l’arte del legno a Faenza”, Monte di Credito su pegno e Cassa di Risparmio di Faenza, pp.141, 146, 147, 199, 200
1992: R. Valeriani, “Un tavolo di G.B. Gatti”, in “Arte all’incanto”, Finarte, Milano, pp.352-357
1993: G. Manni, “Mobili antichi in Emilia Romagna”, Artioli Editore, Modena, p.274 n.594
1993: Asta Christie’s, Londra, 28 ott.
1993: G. Zanotti, “Faenza – chiesa e convento di S. Francesco”, Assisi, pp.66, 128, 137-139.
2000: A. Fiorentino, in “Arte Viva”, Ed. Fimantiquari, Milano, n.21-22, pp.96-99
2000: A. Colombi Ferretti in “Palazzo Milzetti – Guida alla visita”, Edit Faenza, Pro Loco, pp.40, 43