Nei repertori storiografici, Gian Battista Gatti è il paradigma dell’illustre sconosciuto. Se ne rinviene laconica citazione nel Thieme-Becker. Il solo ausilio del De Gubernatis offre sintetiche notizie, tratteggiate con penna demodé (la pubblicazione è del lontano 1889). Nel Novecento, sporadici e scarni contributi ne hanno parcamente alimentato la memoria, mentre la critica recente lo segnala con riferimenti generici, riesumando notizie trite, sovente erronee, spesso fuorvianti.
Parrebbe, il Gatti faentino, ebanista comprimario. Bravo, ma ne più ne meno di molti altri.
Il “caso Gatti” è simbolica pietra di paragone. Palesa come l’annosa distinzione tra arti maggiori e arti minori, oggi consegue risultati gravemente invalidanti. Il prolungato manifestarsi di questa forma mentis ha ingenerato, in più settori di studio, radicati e imprecisi convincimenti. L’evidenza di questo assunto diviene emblematica se raffrontata in particolare alla temperie artistica della seconda metà del XIX secolo.
E’ questo un macroscopico esempio di damnazio memoria non raro e tuttavia di allarmante rilievo, la cui evenienza andrà addebitata in primis alla critica nostrana, poco incline a esaminare le cosiddette arti decorative. Se la patologia è percepibile e conclamata, l’effetto è di portata forse inimmaginabile: l’intera produzione artistica del secolo decimonono italiano, viene ancor oggi dai più percepita come succedanea, quando non sterile o al meglio, ripetitiva.
Nell’indagarne la forma, se ne è trascurata la sostanza: si è dimenticato che quel tempo conobbe un’erudizione “enciclopedica” e che nacque sulle rovine dell’ancien régime, un evento detonante che sprigionò sinergie finalmente capaci di innestare la potenza motrice della Rivoluzione Industriale, fatto non irrilevante: si verificano le premesse per un più diffuso benessere.
Troppe volte si è scritto che le arti italiche furono in quegli anni come assopite nel limbo del Risorgimento. Tutt’altro. Questo secolo vanta raffinati divulgatori capaci di imporsi a livello internazionale: l’Eclettismo Storicizzante, la riscoperta dei primitivi, la rivalutazione dell’artigianato corporativo (in breve il Movimento Estetico), originarono in Italia e non in Inghilterra o in Francia! Il movimento Arts and Crafts di William Morris o la stagione preraffaellita di Ruskin e Gabriel Rossetti, non furono altro che l’estensiva applicazione di una pratica che in Italia (da almeno un ventennio) era già diffusa consuetudine. La matrice “fondante” dello storicismo è da ricercarsi in Firenze; antesignani di particolare merito ne furono gli ebanisti-intarsiatori Falcini. Il celebrato apporto delle Esposizioni Internazionali va contestualizzato e ridimensionato: fu il veicolo che ne centuplicò la diffusione.
L’ebanisteria è tra gli strumenti di cui si può disporre per comprendere un’epoca, talvolta ne è perfino rappresentazione probante. Se nella Pittura o nella Scultura si individuano quelle direttrici ideali che ne sostanziano il culmine, l’arredo ligneo ne è il substrato vitale. Se, per assurdo, si ponesse la necessità di studiare l’interno di una residenza (nelle sue multiformi componenti d’arredo), la corretta percezione di uno stile risulterebbe non poco compromessa qualora l’ambiente esitasse la totale dispersione della mobilia coeva: il mobile è il fattore a denominatore comune. L’architettura dell’edificio potrebbe risultare indicatore di valido ausilio, ma in più casi inesaustivo.
Comprendiamo cosi, per estensione, come il mobile sia da ritenersi elemento d’indagine imprescindibile qualora si intenda cogliere l’anima di una fase epocale. I cento anni che caratterizzarono il secolo di nostro interesse, furono così densi di frenetici eventi e novità, da non trovare forse uguali nei precedenti; si pensi solo al proliferare di stili: dall’Impero al Liberty. L’Ottocento muove i primi passi sulla scia degli effetti sprigionati dalla presa della Bastiglia per concludersi nei germi che preludono alla Grande Guerra e alla nuova rivoluzione, che nell’eccidio dei Romanoff, proclama l’avvento in Europa di un mutato assetto sociale. La notte che salutò il capodanno del 1900 fu inconsapevole delle vicine trincee e del fragore dei cannoni, celebrava se stessa nell’effimera spensieratezza fin du siècle , dimentica di incarnare l’ultimo anelito che vide il fiorire del mecenatismo e della grande committenza artistica.