Nella specialità dell’intarsio, per quanto premesso, il lettore più attento non si stupirà nell’apprendere che in contralto ai blasonati Falcini di Firenze, altri come Rosani di Brescia, Bortolotto di Savona, Lancetti di Perugia, Martinetti di Torino, Lamattina di Palermo o i Gargiulo sorrentini (per non dirne che alcuni) sono oggi poco più che alchemici esercizi di citazione, anche presso gli “addetti al settore”. Si provi a ricercarne il regesto o semplici indizi bibliografici: poco più di nulla.
Il Gatti incontra medesimo destino, sebbene l’artista fu sovente designato come “Il Giove della tarsia” (cfr. fra gli altri, anche in “Popolo Romano”, n.191, 11 lug. 1881).
Il merito di averlo indagato per primo, percependone le potenzialità, spetta all’architetto e designer Ennio Golfieri. Già nel 1987, trattando sull’ebanisteria faentina, intuisce che in ambito di arredi intarsiati e incrostati con materiali di pregio “… il Gatti non ebbe rivali, anche all’estero”.
A riverifica odierna, dopo pazienti (e fortunate) ricerche, con giudizio sereno posso infine sottoscrivere che il plauso generale con cui committenza e critica ottocentesca ne celebrano la produzione, confermano il Gatti come artista di ineludibile riferimento nel suo ambito e nel suo tempo. Tale assunto viene suffragato anche in ragione dell’analisi ex visu delle opere certamente ascrivibili al suo operato.
Fu l’interprete di una stagione artistica di ampio respiro nazionale, con ardenti vampate che lo candidano “maestro” di rilevanza europea. Le molte e suggestive similitudini che quasi d’obbligo ne rendono inevitabile il raffronto con il celebre Giuseppe Maggiolini di Parabiago (ricordato a giusto titolo come l’intarsiatore dei principi, il principe degli intarsiatori) lo pongono infine, anche se in diverso contesto storico, su un piano consimile.
Nella genesi di questo volume (Cesari, 2002), quando mi si propose di redigere un contributo, sostanziato in un approfondimento inerente a un “nostro ebanista paradigmatico del XIX secolo”, non ebbi dubbi che era giunto il momento di dar voce a Gian Battista Gatti: la sua vicenda “fende” idealmente l’intero arco temporale in esame. Inoltre, l’inusuale visione d’indagine che permea questa pubblicazione - vi si privilegia la mobilia in quanto dimora del gusto, configurandola come museo dell’anima - trova, appunto nel Gatti, ebanista di puntuale riferimento. Incarna passato e futuro insieme: è erede dell’Impero ma figlio della Restaurazione, matura in seno al rinnovarsi del gusto neorococò e nel contempo diviene adulto frequentando teoremi unitari e risorgimentali, eventi che, nel suo specifico ambito d’azione, lo porteranno infine a divenire capace esponente dell’eclettismo mitteleuropeo e, in particolare, della neorinascenza italica.
Il necessario preambolo consente ora di alzare il sipario. E’ questa una rappresentazione concepita e strutturata in brevi atti unici, una sequenza di “momenti” che nel loro disvelarsi intendono prefigurarne solo gli aspetti salienti e probanti. Sarà questo contributo una sorta di “prima” a cui il lettore assisterà come partecipe di un giudizio che spero, a sipario calato, positivo.
Il prologo qui si confonde con l’epilogo, ma fin da subito lo dirò artefice davvero unico.
Ricercato e conteso da committenza internazionale, stimato da clientela blasonata (principi e sovrani ne tessero gli elogi), modesto, umile, formato nei precetti del vangelo, il piccolo faentino dagli occhi castani balucicanti intelligenza ebbe per amico Pio IX, che onorò l’artista ambientando taluni suoi arredi in Vaticano, tra le logge dipinte da Raffaello. Le pubbliche esposizioni gli valsero premi tra i più lusinghieri, fra cui ben dieci medaglie d’oro. Fu insignito di numerose onorificenze: Croce di Isabella la Cattolica di Spagna, Croce di San Silvestro del Papa, Croce della Legion d’Onore di Francia, Croce di Cavaliere della Corona d’Italia.
I giudizi dai suoi contemporanei e della critica coeva sono all’unisono ammirati: Gatti non ebbe rivali.
In ultima analisi, non temo l’iperbole nel descriverlo come il deus ex machina della grande tradizione d’intarsio di scuola italiana, che dal tardo Medioevo (si diffuse grazie ai monaci dell’Ordine di San Brunone) conosce tra il ‘400 e il ‘500 la sua epoca aurea, per nuovamente rifulgere nel ‘700 con il Piffetti e il Maggiolini, ritrovando nel Gatti l’apice e l’evento conclusivo di un’avventura a dir poco straordinaria.