Gian Battista Gatti nasce in Faenza il 22 luglio del 1816. Fin dal Cinquecento questa località, certamente ai più nota per la straordinaria vicenda connessa alla storia ceramica, fu nel contempo tradizionale fucina di arte lignaria. Nei primi anni del secolo di nostro interesse, il precursore di quella che in seguito diverrà una “scuola d’intarsio” fra le prime d’Italia, è da individuarsi nella figura di Angelo Bassi.
Entro la prima metà dell’Ottocento, pur tra i molti valenti intagliatori e intarsiatori, fiorì in Faenza la bottega di Giovanni e Angelo Mingozzi, padre e figlio. Il primo(1) si distinse per realizzazioni di mobilia intarsiata, rifinita a commesso bicromo con acero e avorio su fondo di noce scuro, sovente guarnita di ornati bronzei. Il figlio Angelo(2) nel subentrargli, differenziò la produzione aggiornandola con tarsie di legni colorati e applicazioni in madreperla e avorio(3).
I Mingozzi furono degni e ultimi epigoni della gloriosa ebanisteria faentina, eredi di quel cenacolo settecentesco che seppe esprimere una fioritura neoclassica di respiro internazionale.
Nella loro bottega trovò nuova linfa vitale l’antica gloria faentina, vivificata da commistioni Carlo X e neogotiche, mentre la tarsia venne perfezionata con l’adozione di decori a timbro bolognese, ma filtrati dalle nuove esperienze che andavano sperimentandosi in Firenze.
Già sul finire del terzo decennio, compaiono vivaci tendenze “eclettiche” sull’onda del favore che riscuotono le nuove mode oltrealpine. Si impongono reminescenze di gusto neorococò, istanza paneuropea che “marca” la produzione di periodo Luigi Filippo (1830-48) perpetuandosi fino a secolo inoltrato. Pulsioni storiciste si ravvisano finanche prima del 1825: nel maggio di tale anno, in occasione dell’incoronazione di Carlo X nella cattedrale di Reims, l’ornatista Hittorff(4), allestì un apparato scenico con addobbi goticheggianti. In quest’episodio si deve riconoscere l’archetipo fondamentato e propulsivo del Romanticismo, tendenza “a ritroso” di inesauribile fortuna artistica nella seconda metà dell’Ottocento.
Più in generale, l’intarsio in Italia, dopo la pace di Vienna e la conseguente Restaurazione, venendo progressivamente meno l’interesse per lo stile impero, andava primeggiando nei centri di Nizza, Sorrento, Savona, Rolo, Siena e Sorrento, mentre in Lombardia gli epigoni del Maggiolini brillavano di sola luce riflessa.
In questo fecondo retroterra (vi è già significativa compresenza di tecniche a intarsio e a commesso eburneo) germinò la cultura tecnica e estetica del giovane Gatti, che fu dapprima introdotto al mestiere da fra Girolamo Bianchedi. Poi, sospinto da irrefrenabile desiderio di imparare, ebbe per maestro ogni ebanista faentino, tanto che ancora fanciullo realizzò gran numero di deschi, stipetti, cornici e quant’altro. Già sedicenne pose in opera due canterani lastronati e intarsiati con tecnica ineccepibile (cinquant’anni dopo risultavano ancora perfetti). Di lì a poco divenne consapevole che il suo destino era quello dell’ebanista e, propriamente, intarsiatore quadraturista. In ultima analisi, l’imprimatur formativo è verificabile nella congiunta eredità del Bassi e nella lezione di Mingozzi padre, di cui Gian Battista è virtuale “figlio putativo”.