L'ex ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi, dopo la decisione della Corte dei Conti di intervenire sulla vicenda dell'acquisto da parte del ministero del crocifisso ligneo attribuito a Michelangelo, appunto quando Bondi era titolare del Mibac, difende quell'atto, dichiarando all'Adnkronos di rivendicare "bontà e correttezza" di quanto compiuto e della procedura seguita.
"Non ho alcuna difficoltà a ricordare che la decisione di acquistare tale opera venne presa da me, all'epoca, in qualità di ministro dei beni culturali, con il parere vincolante del comitato tecnico consultivo, sia per quanto riguarda l'attribuzione sia relativamente al costo della scultura lignea", afferma Bondi e aggiunge: "Desidero rivendicare anche oggi la bontà e la correttezza di queste due decisioni, che hanno avuto il mio benestare finale dopo un esame di merito rigoroso e professionalmente corretto da parte dei tecnici del ministero".Più in generale Bondi osserva che "in Italia non mancano le autorità di controllo: dalla magistratura, alla Corte dei Conti, fino alle Authority", sottolineando che "l'effetto finale è la paralisi di ogni decisione pubblica, o quantomeno un allungamento dei tempi e dei costi che gravano poi sull'intera collettività". "Dopo la vicenda dello sponsor privato che finanzierà per la somma di 25 milioni di euro il restauro del Colosseo, una decisione che rivendico pienamente ad una mia volontà politica suffragata all'epoca dal lavoro dei tecnici del ministero, fra cui l'attuale sottosegretario dottor Cecchi, ecco che ora le polemiche si scatenano sulla vicenda dell'acquisto di un'opera attribuita a Michelangelo", conclude Bondi.La vicenda del crocifisso ligneo (41 centimetri per 39, in legno di tiglio) inizia nel 2004 quando l'antiquario Giancarlo Gallino lo espone al museo Horne di Firenze e in catalogo figura come probabile opera giovanile di Michelangelo.
Nel 2008 venne messo in vendita, inizialmente il prezzo era di 18 milioni di euro. Valutazioni e stime si susseguono, alla fine il Mibac decide l'acquisto e paga 3 milioni e 250mila euro, molto meno del prezzo iniziale. La polemica monta proprio a partire dal prezzo, da molti ritenuto eccessivo se l'attribuzione è sbagliata, stranamente basso se è esatta.I carabinieri del Nucleo Tutela del Patrimonio Artistico indagano su mandato della magistratura penale, gli esperti continuano a dividersi sull'opera, alla fine il fascicolo, per quanto riguarda l'ipotesi di reato penale, viene archiviato, escludendo che si tratti di un falso. Ma la Corte dei Conti va avanti, finisce per decidere che l'opera ha un valore nettamente inferiore a quanto pagato, 700mila euro, e punta il dito sui responsabili dell'acquisto, a partire dall'allora direttore generale e oggi sottosegrtario del Mibac Roberto Cecchi secondo il quale però fu proprio la Corte dei Conti nel 2008 a dare “legittimità all'acquisto registrando il contratto relativo”. ''E' una situazione indecente quella che sta accadendo – afferma all’Adnkronos -. Sono molto amareggiato ma certo è che c'è un accanimento di cui è difficile capire i contorni”.Intanto il crocifisso è finito in magazzino. Il Michelangelo della discordia doveva essere esposto al Museo Nazionale del Bargello di Firenze e invece giace in un deposito della sede della Soprintendenza del Polo museale di via della Ninna, a Firenze, dove è giunto dopo un tour in vari musei a Milano, Trapani, Palermo e Napoli. Ogni decisione sulla collocazione dell'opera è stata sospesa in attesa della conclusione delle indagini portate avanti dalla Corte dei Conti.
Fonte: Adnkronos
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